Archivi categoria: sogni

Ultimamente non è che faccia una gran vita, è che mi hanno spostato di reparto a lavoro (ahahah, detta così pare che io lavori in ospedale. Io? Muahahahah) e ho dei turni tremendamente rompiballe, al mattino ho pochissimo tempo prima di andare, tempo che solitamente trascorro in pigiama seduta al pc, poi il suddetto lavoro, indi casa, dove torno scazzata, stanca, affamata, irritata, e allora mi rimetto al pc o collasso sul divano, o cucino per lui, che  è una cosa che mi rilassa tantissimo.
E così c'ho una spalla dolorante sempre a causa delle ore passate al computer, e un libro della Jelinek ancora sul comodino col segnalibro alle prime pagine.
Poi sto mangiando un quantitativo industriale di cioccolato, sto piantando delle storie assurde su stronzate madornali e guardo il cane che invecchia ogni giorno di più.
Sogno di camminare la buio insieme al mio compagno e di incontrare lungo la strada, ma nella direzione opposta, mio padre e mio fratello. Quando comincio a fare questi sogni c'è da preoccuparsi.
E poi ho visto il bellissimo film di Amenabar e ho scoperto che se misuro pantaloni di 3-4 taglie in meno rispetto a quelli che indosso di solito mi stanno comunque, e che quindi non sono sempre uguale a quella che immagino di essere.
Mi era passata anche per la testa l'idea di andare in spiaggia quest'anno, ma non so se ce la farò. Ho l'ossessione di disgustare tutti, questa cosa è tremenda, ma è così, benché nessuno mi creda, ma poco importa, ho comunque sempre delle scuse validissime per glissare e giustificare il mio pallore da eroina ottocentesca.
E poi ho perso una confezione di shampoo che giuro ricordo di aver riposto nel mobiletto accanto al bagno, e l'ho svuotato tutto e non l'ho ritrovata, e adesso m'è presa la fissa di sapere dov'è andata a finire.
In tutto questo nessuno mi ha ancora comprato una casa, a questo punto andrebbe bene anche se qualcuno mi pagasse l'affitto o le bollette.
E poi, il terzo segreto di Fatima, non può essere quello dei preti pedofili, io mi immaginavo una cosa molto più apocalittica, che delusione.
Ho scoperto che esiste la possibilità di sbattezzarsi, che parola tremenda, però questa cosa è da approfondire.
Mi pare di non avere altro da aggiungere se non che il mio prossimo acquisto sarano delle pantofole estive, che queste qui  col fondo blu e  le stelline argentate sono troppo natalizie e stonano coi miei pigiami primaverili.

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Mangiare una mega pizza alle 23 vedendo L’amore molesto di Mario Martone può causare incubi in un’assonnata pulzella?
Lo scopriremo solo vivendolo.

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Traduzioni oniriche – a a a Cercasi Freud

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Sogno molto, sogno molto soprattutto nei periodi in cui penso molto, soprattutto nei periodi complicati, soprattutto quando le cose non vanno come vorrebbero, soprattutto quando le cose non vanno come dovrebbero.

Il mio cervello è una macchina impazzita, è la parte di me che meno riesco a controllare.

E da quest’ultima affermazione si evince che qui, ragazzi, siam messi proprio bene!!!

 

Riporterò di seguito, brevemente, alcuni dei più rappresentativi sogni degli ultimi giorni fatta per ognuno di essi la dovuta premessa che ne rappresenta la parte reale.

 

Ho comprato un libro: “La ferita dei non amati” di un certo Peter Schellenbaum.

E l’ho comprato presa da un impeto di… boh… non so, io di solito evito certe trovate editoriali, certe teorie troppo facilmente applicabili alla massa, beh, dai diciamo come la penso davvero: certe stronzate.

Però questi libri ti portano a pensare, a ricordare, a rivangare cose sepolte, e tutto ciò per me non è assolutamente cosa buona e giusta, e chettelodicoaffare:

TRADUZIONE ONIRICA

Ho sognato le scale, of course, già, proprio lunghe rampe di scale che mi faceva scendere giù, giù, giù, giù… poi nel sogno mi son detta: no, non posso scendere così giù, giù, giù, giù e a stento, a fatica, ho cominciato a risalire.

Ora il libro è stato accantonato, probabilmente verrà buttato e non per il sogno, ma ho sempre una certa difficoltà a buttar via un libro, qualcuno lo vuole?

 

Messi in stand by gli esami da preparare per settembre, qualche giorno di riposo al lavoro, o meglio i giorni liberi settimanali capitati a random uno successivo all’altro, il caldo che ti fa stare tanto tempo a riposare sul letto, un compagno che campa mezzo nudo, un compagno molto virile… insomma cari miei, qui finalmente si sta facendo un po’ tanto soddisfacente sesso, di quello dei bei tempi in cui non c’erano mille impegni e ti rubi qualche ora di sonno o di studio:

TRADUZIONE ONIRICA:

Ho sognato di fare sesso con una donna.

E lui voleva per forza presenziare alla seconda, programmata, volta.

E qui mi dispiace ma non scendo in particolari piccanti.

Ora io sono eterosessuale, mi piacciono mio malgrado solo gli uomini quelli anche un po’ troppo maschi, insomma tipo il mio  lui che c’ha i peli sul petto, l’appetito pantagruelico e… vabbè, mi sono spiegata spero.

Questo sogno qui non l’ho capito.

 

 

La nostra scalcagnata, sporca e vecchia automobile che si chiama Violetta  ieri è andata a fare l’annuale visita dal meccanico con tutti gli annessi e connessi.

Il nostro caro meccanico di (s)fiducia ci ha estorto i consueti 100 euro, ci ha fatto girare le scatole come al solito, tanto che lui ieri ha canticchiato per tutta la giornata “Vincenzo io ti ammazzerò, sei troppo stupido per vivere” (Il meccanico si chiama Vincenzo detto Enzuccio) e alla fine ci ha riconsegnato l’auto pronosticandole ancora una breve seppur felice vita.

TRADUZIONE ONIRICA:

Ho sognato di vagare con lui e Violetta per le montagne avellinesi e lì, proprio dove ogni volta che ci passo per andare in Puglia d’estate mi sento in una dimensione parallela, dove mi sento isolata dal mondo, non me ne vogliano gli abitanti della zona, ma se io non sto a un tiro di schioppo dalla città sto  male.

E proprio lì, in mezzo alla natura più selvaggia, la nostra Violetta perdeva le ruote, e dovevamo andare d’urgenza dal gommista che, manco a dirlo, distava km.

Per fortuna quest’anno non ho le ferie, in Puglia non ci vado.

 

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Doppio sogno

Cammino portando con me un peso immane.
Scendo giù per un dirupo cercando di non cadere e di non perdere le scarpe.
Poi risalgo e riscendo. E’ difficile portare con me un peso così grande.

E poi sono a tavola coi miei e con lui.
E un’angoscia, un’incomunicabilità, un nervoso serpeggiante.
E poi mamma ti mando finalmente a quel paese, ti dico finalmente tutte le cose che vorrei, tranne che ti voglio bene, che mi dispiace per te, che mi dispiace di non essere infelice quanto te, che in fondo non mi sembra giusto dover continuare  per     questo ad essere il più infelice possibile, che la mia infelicità non potrebbe in qualche modo diminuire la tua, che in fondo lo so che mi vuoi bene e che vorresti io fossi felice e realizzata, anche se non puoi fare a meno di odiarmi per questo.

E poi mi sveglio.

Ma questo sogno non è che la realtà.

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Secondo titolo, sempre Guccini

Mattine di ozio, sotto al piumone fino alle 11,  giornate grigie di disillusione ed amaro in bocca, serate abbracciata a lui, ad affondare il capo in quel petto forte e  largo dove sembra  di sentirsi protetti da tutto, dove sembra di poter vivere  per sempre.

E penso a quando era il mio migliore amico e lo vedevo salire da me canticchiando per le scale, e quella volta che lui uscì con la sua amica e la mia gelosia raggiunse picchi inusitati, e quando mi comprò le sigarette anche se non voleva che fumassi, e quando mi accompagnò alla seduta di psicoanalisi, e quando restammo fino alle 4 del mattino a guardarci negli occhi senza parlare e lui mi accarezzava il viso e sorrideva, e quando suonava e cantava e io lo guardavo incantata per ore, e quando mi faceva le compilation e io le ascoltavo fino a consumarle, e quando vedevamo i film di Nanni Moretti e ci tenevamo di nascosto per la mano.

E ora è qui accanto a me, lui, l’uomo che mi ha fatto rinunciare ad aprire lo sportello dalla macchina in corsa su quel ponte, e fra un pò tornerà dal lavoro e andremo a pranzo dai suoi e poi a casa o dove voglio io.

E non sono felice lo stesso, perchè sono felice con lui, ma non con me.

Ascolto la canzone che mi faceva pensare a lui, e adesso ha un altro significato.

Canzone per Piero 
Francesco Guccini

Mio vecchio amico di giorni e pensieri
da quanto tempo che ci conosciamo,

venticinque anni son tanti e diciamo
un po’ retorici che sembra ieri.

Invece io so che è diverso e tu sai
quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato:

io appena giovane sono invecchiato,
tu forse giovane non sei stato mai.


Ma d’ illusioni non ne abbiamo avute,
o forse si, ma nemmeno ricordo,

tutte parole che si son perdute
con la realtà incontrata ogni giorno.


Chi glielo dice a chi è giovane adesso
di quante volte si possa sbagliare,

fino al disgusto di ricominciare
perchè ogni volta è poi sempre lo stesso.

Eppure il mondo continua e va avanti
con noi o senza
e ogni cosa si crea

su ciò che muore e ogni nuova idea
su vecchie idee e ogni gioia su pianti.


Ma più che triste ora è buffo pensare
a tutti i giorni che abbiamo sprecati,

a tutti gli attimi lasciati andare
e ai miti belli delle nostre estati.


Dopo l’inverno e l’ angoscia in città
quei lunghi mesi sdraiati davanti,

liberazione del fiume e dei monti
e linfa aspra della nostra età.

Quei giorni spesi a parlare di niente
sdraiati al sole inseguendo la vita,

come l’ avessimo sempre capita,
come qualcosa capito per sempre.


Il mio Leopardi, le tue teologie:
"Esiste Dio ?" Le risate più pazze,

le sbornie assurde, le mie fantasie,
le mie avventure in città con ragazze.


Poi quell’ amore alla fine reale
tra le canzoni di moda e le danze:

"E’ in gamba sai, legge Edgar Lee Masters.
 Mi ha detto no, non dovrei mai pensare."

Le sigarette con rabbia fumate,
 i blue jeans vecchi e le poche lire,

sembrava che non dovesse finire,
ma ad ogni autunno finiva l’ estate.


Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi,
ma cosa siamo e che senso ha mai questo

nostro cammino di sogni fra specchi,
tu che lavori quand’ io vado a letto.


Io dico sempre non voglio capire,
ma è come un vizio sottile e più penso

più mi ritrovo questo vuoto immenso
e per rimedio soltanto il dormire.

E poi ogni giorno mi torno a svegliare
e resto incredulo, non vorrei alzarmi,

ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi
le mie domande, il mio niente, il mio male…


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Questa me la devo ricordare

Essendo i miei sogni, come ho più volte scritto, lo specchio di quello che mi passa per la testa, dei miei umori, dei miei stati d’animo, ci presto sempre notevole attenzione.
Anche perchè sono sempre estremamente facili da decifrare, quasi da manuale.
E manco a farlo apposta, proprio qualche notte fa, sognavo di scendere degli immensi gradoni, da altezze enormi, e mi sono svegliata spaventatissima.
Stanotte miracolo! Ho sognato che avevo salito un piano di scale (ho controllato, si dice proprio avevo salito, mi era venuto il dubbio), e mi ero fermata, solo che poi qualcuno veniva a chiamarmi per dirmi che dovevo salirne un’altro per arrivare a quello in cui mi aspettavano.
Cacchio, questo, nella storia e cronistoria dei sogni di Jelinek, è un evento epocale.

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è la mediocrità che non voglio, quella in cui sento di cadere, quella che mi deprime e mi toglie il sonno.

Che poi è anche la normalità.
Ok.
Ma io ho bisogno di eccezionalità (esiste questa parola?)

Perchè la vita arriva e ti trascina con sè nelle piccole cose: un lavoro che non ti senti di rifiutare perchè è ben pagato e tu hai bisogno di indipendenza economica,  un tran tran quotidiano di mille impegni che ti succhiano l’energia e non ti permettono di concentrarti sull’obiettivo.

O forse semplicemente la mediocrità fa parte di me e per questo non riesco ad uscirne. E ad accettarla.

I miei  sbalzi d’umore ultimamente sono preoccupanti, sabato ho scritto un post di felicità, oggi lo rileggo e lo trovo tremendamente patetico.

Morirò pazza, lo  so che è l’ottantesima volta che lo scrivo, ma chissenefrega.
Anche perchè una che stanotte continuava a sognare di parlare con Enzo Biagi non è che sia già tanto normale adesso. Ma quando mai lo sono stata poi?


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