Archivi del mese: aprile 2010


Voglia di frivolezze

Voglia di cose di poco conto

Voglia di scelte senza conseguenze

Di leggerezza

Di abbandono

Di semplicità

Voglia di non avere paura.

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non posso

non voglio

no
no
no
e no

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Poi la pizza l'ho fatta, poi ci sono mille pensieri nella testa, e sarà la primavera, diciamo di sì.
Che poi quando la malattia ti entra in casa, anche se non colpisce te ma un familiare, ti rendi conto che la malattia fa parte della vita e che, in quanto tale, ne diventa parte. E' un gioco di parole strano, ma per me ha un senso.
La malattia quella non grave, non mortale, ma invalidante, a ricordare che quello che sei, quello che fai, è transitorio, è fugace, quasi fine a se stesso, quasi inutile se non per regalarti un'illusione di onnipotenza, di godimento, di felicità.
Le cose vanno, vengono, passano, alcune tornano, altre mai più.
E quando il rimpianto diventa abitudine allora capisci che ormai è tardi, e che tutto quello che puoi fare è cercare di non averne altri poi.

 

E pensavo dondolato dal vagone
"cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo,
le impressioni di un momento,
le luci nel buoi di case intraviste da un  treno
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno."

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C'è una congiura contro di me, perché io continuo a comprare gli ingredienti per fare la pizza e sistematicamente succede qualcosa che me lo impedisce.
Sì, lo so, vivo a Napoli, lo so che c'ho la pizzeria sotto casa, e dalle 18 in poi il profumo sale dalla strada ed entra in casa attraverso il balcone della camera da letto, lo so che con le unghie smaltate di viola non sono troppo credibile, lo so.
Però mi è preso questo inghippo, e mi voglio far passare la voglia.
Che poi lui ride perché a me la voglia mi viene di cucinare non di mangiare una cosa.
Che tipo sto due ore in cucina per preparare qualcosa che neanche assaggio, e poi ceno con un panino al prosciutto mentre lui è lì da solo ad affrontare teglie di cibo appena sfornato.
Il mondo congiura contro di me, il lievito scadrà anche quesa volta e dovrò buttarlo via, e io non imiterò mai il mio idolo che ci nutre da anni e anni, e che secondo me è pure bravo a letto, se proprio devo dirla tutta.

 

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Questa settimana è un po’ volata e un po’ no, me la sento tutta sulle spalle, ho lavorato assaj assaj, e sinceramente non è che mi è parso tanto che il lavoro renda liberi, comunque.

La notizia vera è che il mio lavoro di talent scout, che è poi in realtà quello di scoprire stelle del nostro firmamento musicale che hanno nomi bislacchi e non solo, va avanti. Perché oggi, non so come, mi è tornata in mente una canzone che mi madre mi cantava sempre da piccola, e sì che di solito ai bambini non si fa sapere neanche che fine fa la madre di Bambi, mia madre invece ci andava sempre giù durissima, ed è così che, canticchiandola, l’ho cercata e trovata sul tutubo. Trattasi della celeberrima Odio mio figlio del celeberrimo Filippo Schisano, canzone agghiacciante, cantata da mia madre, stonatissima di natura, acquisiva poi del macabro, e non scherzo.

Il video è stato però la vera rivelazione, un trionfo di kitsch, comicità, paradosso e anche una spruzzatina di neomelodico che non guasta.

Sono passata da qui a fare una veloce ricerca sul nostro artista leggendone la biografia su wikipedia, ho capito che la musica italiana, a ben guardare, ha tanto da darci, basta saper scavare, ma a fondo, proprio a fondo per scovare perle di tale incommensurabile valore.

Ora io chiedo, quasi a titolo di favore personale, a chiunque abbia qualche minuto di tempo per farsi una risata, di guardare attentamente questo video ascoltando altrettanto attentamente le parole.

Giuro che ne vale la pena, giuro.

 


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Il fatto di lavorare in un ambiente in cui l'età media è inferiore alla mia fa sì che io spesso ascolti, nelle pause, sui social network, e in giro discorsi che mi aprono una finestra sul mondo dei gggiovani.

Il target è quello di gggiovani diplomati, iscritti all'università senza troppo profitto né troppa convinzione, ma sufficientemente dignitosi da lavorare per pagarsi le tasse, per comprare e mantenere la macchina, avere dei vestiti alla moda e frequentare i locali più in.

E' così che ho scoperto che esiste nientepopodimeno che un tizio che si chiama Filisdeo, sì, proprio così, avete capito bene, si chiama Filisdeo, io ci rido ancora su dopo giorni e giorni, e pare che il tipo sia una specie di dj che fa cover di canzoni famose – questo l'ho scoperto su youtube.
Loro vanno pazzi per questo individuo e ascoltarlo suonare è una gioia incredibile, un'esperienza straordinaria, un'occasione da non perdere.

Io l'ho chiamato per giorni Filisteo con la t, come gli amici di Sansone per intenderci, e invece mi sbagliavo, lui si chiama Filisdeo con la d.

Ora mi chiedo, ma sono solo io a trovare esilarante questa cosa?

 

Sempre in questi ambiti è maturato in me un dubbio, uno stupore, una domanda credo/penso/spero legittima.

 

Ovvero loro vanno sempre in giro per locali, generalmente nel fine settimana, ma non necessariamente, e poi si raccontano le serate con dovizia di dettagli.

Nei racconti viene sempre sottolineato il locale prescelto in imprescindibile e strettissima relazione con il giorno in cui viene frequentato, ovvero il Xxxxxdi domenica è bellissimo, mentre il Xxxxxx lo è di venerdì, perché se invece lì ci vai di sabato fa schifo, and so on.

Ora mi domando e dico: ma un posto non è sempre uguale, non si fanno sempre le stesse cose, o comunque lo stesso genere di cose, in ogni giorno della settimana?

Non credo che una discoteca il mercoledì sera si trasformi in un caffè letterario e il venerdì in un teatro di posa.

E invece per loro relazionare il giorno al locale ha un'importanza enorme, andare in un determinato posto ha come conditio sine qua non il giorno in cui ci si va.
 

Io sto diventando vecchia mi sa, eppure anche quando ero gggiovane non mi pare ci fosse questo bugiardino dei locali – posto che io comunque non li ho mai frequentati, ma questa è un'altra storia.

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Troppa vita sociale non fa per me.
Il concerto di Guccini è stato come sempre emozionante.
Adesso però mi riprendo un po’ di solitudine.

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