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Avere il sedere ridotto ad un colabrodo dolorante per non risolvere nulla non è che ti faccia sentire veramente bbbene. 
Il mio rapporto col cortisone richiama tremendamente la catulliana odi et amo, quare id faciam? Excrucior!
E sragiono. 
Che palle…
Quando stai male solo di una cosa ti importa: vorresti stare bene, tutto il resto non conta NULLA. 
Altro che violoncello che ascolto con le cuffie mentre scrivo questo delirante post, altro che libri, altro che uscite e cose belle.
Che poi se non stai bene e non fai sesso da un sacco di tempo ti rendi conto del motivo per cui le persone spesso sono intrattabili.  
Vorrei almeno capire cos'ho perché i medici ti dicono una cosa e poi un'altra, e poi non sai, poi aspetti, e poi chiami, e poi non sai se hai fatto bene.
La malattia ti rende un pezzo di carne e nulla più. 
E proprio in quel momento cerchi disperatamente di elevarti al di sopra di questa dimensione, perché percepirla ti dà la misura di quanto sia reale. E non ti fanno neanche più paura i camici bianchi, e gli aghi e le fialette, e gli odori di disinfettante e tutto il resto, vuoi solo stare bene e andare a spasso, sulle tue gambe e sentirle. 

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Ad un anno esatto dall'attacco eccone un altro, inaspettato, così una mattina di novembre, mentre a lavoro tutto procede come al solito e tu cominci a sentire che qualcosa nella gamba sinistra non va bene, ti sembra insensibile, troppo rigida, non sai, non capisci, pensi che come al solito passerà, perché hai dormito poco, perché capita, perché la malattia è così, va e viene, ma poi dopo il sabato continua anche domenica e lunedì, e finalmente martedì decidi di chiamare il medico e ti risponde con quello che ti aspettavi, ormai tu e il cortisone siete inseparabili.  E vai di protezione gastrica e mestruazioni che ti arrivano in anticipo, e voglia di piangere e spaccare tutto e umore pessimo, e questa volta tanta, troppa voglia di restare sola, non vuoi dirlo a nessuno, anche se a qualcuno ti tocca pur dirlo, ma non vuoi neanche un abbraccio, neanche una pacca sulle spalle, non vuoi nulla, vuoi solo che passi, e in fretta. Vuoi restare sola, ma sola non ci sei mai. Nessuno può capire, qualcuno può compatire, soffrire con te, sperare con te, dispiacersi per te,  farti forza, ma poi quando fai la pipì e non capisci se hai finito o se quando ti rigiri nel letto non ti rendi conto di non avercelo il letto sotto e rischi di capitombolare a terra allora lì sei sola. Sola come non mai, nonostante altre braccia ti impediscano di cadere e nonostante sai che basterebbe una chiamata per avere qualcuno lì accanto a te. Sei sola, come sola entrerai a breve di nuovo in quel tubo, come quando all'ospedale finalmente si spegnevano le luci e chiudevi gli occhi nel silenzio interrotto dal lamento degli altri degenti. Sei sola e capisci che soltando da sola puoi farcela, se ce la farai un giorno. Oggi sembra impossibile tornare intera. Oggi non ci credi che passerà, ci speri, quello sì, ma stai ancora troppo male per non aver troppa paura che sia solo l'ennesima illusione. 
Quando si muore si muore soli, quando si soffre si soffre soli, è solo la felicità quella che ha bisogno degli altri per esistere, al dolore basti tu.

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Mi sembra di non riuscire più a comunicare, e di non averne più neanche troppa voglia.

Continuo a contare i giorni e a guardare l'agendina dell'anno scorso, perché è passato esattamente un anno da quando ho scoperto di essere malata, o meglio per il momento è passato esattamente un anno da quando è cominciato l'attacco che mi ha fatto scoprire di esserlo.  

Giorni che rivivo e ricordo la paura che da quel momento si è solo trasformata, e questa gamba che da ieri dà fastidio mi allarma più del dovuto, perché trovare coincidenze e pseudodisegni astrali mi è sempre piaciuto fin troppo, e sarebbe un tremendo scherzo del destino ritrovarmi esattamente dopo un anno a stare male.

 In questi mesi, ma soprattutto in queste ultime settimane, sono cambiata tanto, ho fatto tante cose, come per esempio l'insegnante per davvero, con due classi difficili e una scuola dove non ti danno nulla, neanche i libri di testo per supporto alle lezioni. E stare in classe non credevo fosse così difficile e così semplice ad un tempo.

Poi sono uscita da sola, per brevi, troppo brevi, tratti, ma da sola, con le mie gambe traballanti e il mio cuore in tumulto.

E ho riflettuto tanto, troppo, sulle cose ma soprattutto sulle persone, e sul mio modo di relazionarmi alle persone, sbagliato, al volte malato, perché ne ho troppo bisogno.

Mi vanto di riuscire a stare da sola, e questo è vero, se consideriamo la mia capacità di starmene per i fatti miei intere giornate piene di tutti i miei interessi, i miei silenzi, e le mie canzoni, le parole scritte e ascoltate, le immagini, i profumi e i sapori, ma il mio bisogno degli altri è sempre troppo, come se mi servisse sempre qualcuno che mi guarda per poter esistere, come se non riuscissi ad esistere per me, per il semplice fatto per cui il verbo essere può anche darsi come transitivo.

Non mi do grande importanza, oltre quella assoluta e malata che impongo nel mio rapporto col tu.

Non mi do l'importanza giusta, ecco.

Non so amare e non mi so amare, semplicemente.

Non c'è bisogno, detto questo, di aggiungere molto altro.

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Che milioni di rose non profumano mica
se non sono i tuoi fiori a fiorire


In questi giorni spesso mi è venuto in mente di scrivere qualcosa e sistematicamente non ho potuto, oggi posso ma la mia mente è tabula rasa, ho caldo e mi fa male la testa. Come al solito.

Spesso mi prende una sottile nostalgia, una puntura alla base del petto, nel profondo e sento un senso di angoscia inspiegabile, una senso di decadenza, di dolore, di paura.
Provo a chiedermi cos'è e alla fine capisco che è solo la percezione inconscia della mia condizione umana tremendamente labile, tremendamente piccola, tremendamente imperfetta.
E allora provo a trovare consolazione nella dimensione collettiva della cosa, e non perché ritenga che il mal comune sia mezzo gaudio, non prendiamoci in giro, piuttosto mi aiuta a farmi una ragione di quello di cui tutti prima o poi devono farsi una ragione, anche le menti più eccelse e le persone più poternti. 
Così mi prende l'ansia e cerco di circondarmi di gente, sento il bisogno di stare in mezzo a persone amiche, sfidando la mia nota attitudine alla solitudine.  
Ma non basta e spesso molti rapporti mi lasciano perplessa, annoiata, stufata, mi aspetto tanto, mi aspetto molto dagli altri e trovo banalità, superficialità, semplicità allo stato brado.
Mi rendo conto che frequentare prsone troppo diverse da me non può essere sempre un arricchimento e che spesso dimentico chi sono veramente.
E se la vita, il lavoro, la quotidianità mettono sulla mia strada frequentazioni di questo genre devo essere io a ribaltare questo stato di cose.
Ma al di là degli altri devo essere io a capire che il mio benessere, la mia serenità, la mia quotidianità devono dipendere da me e solo da me. 
E quando mi ricordo che con un piccolo sforzo di autonomia posso farcela a fare le cose da sola mi sento felice, serena, mi ricordo che ci sono io, e tutto mi sembra più bello. Ma poi mi perdo di nuovo. E scrivo post sconclusionati.
Mi fa paura il pensiero che la malattia possa peggiorare e farmi dipendere dagli altri anche per le cose banali, e mi rimprovero allora di non essere autonoma ora che posso, che in futuro potrei rimpiangere questi mesi, anni a farmi problemi e ad assecondare paure che mi bloccano, e mi impediscono di trovare una dimensione individuale che relego troppo nel profondo. 
E come al solito adesso riemergo e vado a fare la pasta al forno, mentre vorrei andare a fare un giro a piedi da sola, non so per andare dove, ma forse solo epr farmi portare in qualche posto dai miei piedi, in compagnia di me.
 

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Che sono diventata proprio una donna frivola, prima mi vestivo per coprirmi, ora mi scopro anche un po' troppo, a quanto dice qualcuno che coabita con me. 

Mi sono innamorata di una minigonna troppo mini e troppo costosa, e davvero ci sto pensando di andarla a comprare, io prima non è che esattamente pensavo a queste cose. 
Tra l'altro mi son fatta fare tre scontrini alla cassa perché dopo i pantaloni mi piacevano i braccialetti, e ok, un altro scontrino, poi, prima di uscire, mi piaceva anche la collana, e allora un altro conto, penso che la cassiera mi abbia lanciato un anatema potentissimo e che domani io sarò colta da un attacco di lombosciatalgia o qualcosa del genere.

Per il resto mangio gelati, tanti, troppi, e bevo caffè, anche quelli tanti, troppi, troppissimi!

Non sono molto in forma, ma cerco di non pensarci, e aspetto un momento migliore, ma questo qui non voglio buttarlo via, e allora lo giro e lo rigiro per cavarne comunque qualcosa di buono, in tempi di carestia mangiavano anche la scorza delle patate.

E cucino, la pancia di chi frequenta la mia casa lievita spropositatamente, e io me ne compiaccio. 
Stasera zuppa di pesce, dopo gli spaghetti con le vongole dell'altro ieri, e la pasta al gratin di ieri… domani non so, ma mi diverto ad indossare il mantesino e riempire piatti altrui, i miei rimangono sbiaditi e insapori, ma a me piace proprio così.
Se una cosa non sa di niente a me piace. E la pasta in bianco, con olio e parmigiano, è il piatto più gettonato dalla sottoscritta, seguito dalla fresella col pomodorino e dagli immancabili bastoncini di pesce.
Il mio lui si vergogna di portarmi al ristorante che ordino sempre il menù dei bimbi.

Mi hanno regalato un vaso, ma non ci ho messo dei fiori dentro, mi piacciono tanto, eppure in casa, con lo stelo  tranciato di netto, mi fanno tristezza, e i tulipani me li immagino in Olanda, e le rose nei roseti e le fresie nei campi, resta il problema di dove mettere il vaso, per ora resta qui sulla scrivania.

Ho rivisto per la millesima volta Miseria e Nobiltà ridendo a crepapelle e Nuovo cinema paradiso, e poi ho visto anche Benvenuti al Sud, lo danno su Sky e, in più riprese, sono riuscita a mandarlo giù tutto, continuando per tutto il tempo a chiedermi come si possa pagare un biglietto al cinema per vederlo. E come si possa far sì che sia considerato da tanti il film dell'anno. Se ho riso tre volte è tanto, e solo perché certe scene me ne ricordavano alcune ben più divertenti che vedo quotidianamente solo affacciandomi al balcone, col culo coperto si spera.

Il mio vicino di qualche post fa continua ad imbarazzarmi tremendamente, ma un educato ciao glielo dico sempre.

La gente intorno a me continua a fare figli, tanti figli, fagottini urlanti e alle volte puzzolenti, e spesso anche carini e dolci, e mai che mi facciano venire un vero desiderio di maternità.

Fa ancora tanto caldo, ma abbiamo resistito ad agosto, vinceremo in quest'inizio afoso di settembre.

Non esistono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio.

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Non sono andata in ferie
Non sono morta
Non è tornata del tutto la mano, ma mi sto abituando
Non mi piace l'estate
Non sto mangiando come si deve
Non sto pulendo casa come si addice ad una brava femmina
Non sto dormendo decentemente da settimane
Non sto facendo cose che dovrei fare

Ma 

Non mi lamento

C'è di peggio
Potrebbe andare peggio.

E l'importante è riuscire a stare sereni anche in mezzo ad una bufera.
Io non sono proprio serena, no, ma ci provo a pensare che andrà tutto bene, e se non lo farà ce ne occuperemo al momento, preoccuparsene prima è inutile.

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Io aspetto che la mia mano torni, perché tornerà.
La notte, prima di addormentarmi, la affido a lui.
Al mattino si muove tutto e ho un motivo per essere felice. 
Se tornassero anche il pollice e l'indice sarebbe stupendo. 
Perché ieri in quel camerino non riuscivo a chiudere il reggiseno, e per un po' ho sentito uno sconforto più forte della forza di voler stare lì in giro, a comprare vestiti con le mie amiche, e gli smalti colorati e il gelato e le risate e le chiacchiere. 
Ma io sono più forte di questa merda, e se la mano se la prende comoda io sono paziente, e sto qui ad aspettarla e la muovo lo stesso, e non mi frega!!!
E tornerà, oh se tornerà…

 

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