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Stamattina, implacabile come non mai, è suanata la sveglia dopo poche pochissime ore di riposo.
Jelinek, con un occhio chiuso e uno semichiuso si è infilata qualcosa di decoroso e si è preparata per andare a scuola, ma una provvidenziale chiamata della sua tutor, quando l’occhio chiuso era diventato semichiuso e quello semichiuso quasi aperto, l’ha informata che oggi non sarebbe dovuta andare.
Jelinek ci ha pensato sù qualche secondo poi:

a- si è spogliata di nuovo, si è infilata nel lettone, ha abbracciato lui, e ha dormito vergognosamente fino a qualche minuto fa, poi si è alzata, si è preparata un panino con la marmellata e un caffè bollente.

b- si è dedicata al ripristino della sua sciatta figura: shampoo, smalto, un pò di trucco.

c- ha deciso di cucinarsi finalmente un pasto decente, quindi ha preso un pò di verdure, le ha mondate, cucinate e adesso la casa è piena di profumi caldi e invitanti.

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Catene

Accolgo l’invito de La yogurtina

e posto la catena delle sei cose che mi piace fare.

REGOLAMENTO:
– indicare il link di chi vi ha coinvolti
– inserire il regolamento del gioco sul blog
– citare sei cose che vi piace fare…
– coinvolgere altre sei persone…
– comunicare l’invito sul loro blog…

Eccole:

1- Mi piace scrivere e nel senso creativo del termine e nel senso di trascrivere, vedere la penna che traccia il segno sul foglio bianco, le lettere che danno forma alle parole, la pagina che si riempie, il profumo della carta e dell’inchiostro insieme, e riempio infiniti quaderni e quadernoni e taccuini e fogli sparsi

2-Mi piace camminare in città, fare lunghi percorsi, guardare le vetrine, le persone, le atmosfere.

3-Mi piace cucinare, sentire la cucina che si riempie di profumi, vedere gli alimenti che cambiano forma, colore, dimensione e pensarla come atto d’amore per una persona cara.

4-Mi piace il caffè amaro e bollente.

5-Mi piace il freddo, stare in casa davanti al camino mentre fuori è tempesta oppure uscire al gelo imbacuccata in enormi maglioni e lunghi cappotti.

6- Mi piace studiare, leggere, analizzare, schematizzare, scoprire, capire, cominciare manuali e sorbirmeli tutti, appassionarmi, conoscere.

Passo simpaticamente la palla in ordine rigorosamente sparso a:

Lucedabagno
Lunatik
Didde
Fran
MariaJCoe
Valentina

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Ultimo titolo della catena: ce l'ho fatta!

Mi rendo conto di aver tralasciato dei pezzi per me importantissimi, ma diciamo che il criterio di scelta è stato vario e discontinuo.
Questo brano mi ha fatto compagnia, anche lui, in un periodo molto brutto, e ce l’ho attaccato in camera scritto su un foglio A4.

Per il resto sono sicura che continuerò a postare altri pezzi, man mano che mi verrà genio -come si dice qui da me, e quest’espressione mi piace un sacco.

Domani
Mauro Pagani

Tra le nuvole e il mare
passano i sogni di tutti
passa il sole ogni giorno
senza mai tardare.
Dove sarò domani?
Dove sarò?


Tra le nuvole e il mare
c’è una stazione di posta
uno straccio di stella messa lì a consolare
sul sentiero infinito
del maestrale.

Day by day hold me
shine on me.
Day by day save me
shine on me.

Ma domani, domani,
domani, dov’è?
Dov’è che si passa il confine,
che di colpo la vita
sembra fatta per te

e comincia domani?

Tra le nuvole e il mare
si può fare e rifare

con un pò di fortuna
si può dimenticare.

Dove sarò domani?
Dove sarò?

Tra le nuvole e il mare
si può andare e andare
sulla scia delle navi
di là del temporale
e qualche volta si vede
una luce di prua

e qualcuno grida:
"Domani la vita
la vita si fa grande così!"
E’ domani, domani

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Secondo titolo, sempre Guccini

Mattine di ozio, sotto al piumone fino alle 11,  giornate grigie di disillusione ed amaro in bocca, serate abbracciata a lui, ad affondare il capo in quel petto forte e  largo dove sembra  di sentirsi protetti da tutto, dove sembra di poter vivere  per sempre.

E penso a quando era il mio migliore amico e lo vedevo salire da me canticchiando per le scale, e quella volta che lui uscì con la sua amica e la mia gelosia raggiunse picchi inusitati, e quando mi comprò le sigarette anche se non voleva che fumassi, e quando mi accompagnò alla seduta di psicoanalisi, e quando restammo fino alle 4 del mattino a guardarci negli occhi senza parlare e lui mi accarezzava il viso e sorrideva, e quando suonava e cantava e io lo guardavo incantata per ore, e quando mi faceva le compilation e io le ascoltavo fino a consumarle, e quando vedevamo i film di Nanni Moretti e ci tenevamo di nascosto per la mano.

E ora è qui accanto a me, lui, l’uomo che mi ha fatto rinunciare ad aprire lo sportello dalla macchina in corsa su quel ponte, e fra un pò tornerà dal lavoro e andremo a pranzo dai suoi e poi a casa o dove voglio io.

E non sono felice lo stesso, perchè sono felice con lui, ma non con me.

Ascolto la canzone che mi faceva pensare a lui, e adesso ha un altro significato.

Canzone per Piero 
Francesco Guccini

Mio vecchio amico di giorni e pensieri
da quanto tempo che ci conosciamo,

venticinque anni son tanti e diciamo
un po’ retorici che sembra ieri.

Invece io so che è diverso e tu sai
quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato:

io appena giovane sono invecchiato,
tu forse giovane non sei stato mai.


Ma d’ illusioni non ne abbiamo avute,
o forse si, ma nemmeno ricordo,

tutte parole che si son perdute
con la realtà incontrata ogni giorno.


Chi glielo dice a chi è giovane adesso
di quante volte si possa sbagliare,

fino al disgusto di ricominciare
perchè ogni volta è poi sempre lo stesso.

Eppure il mondo continua e va avanti
con noi o senza
e ogni cosa si crea

su ciò che muore e ogni nuova idea
su vecchie idee e ogni gioia su pianti.


Ma più che triste ora è buffo pensare
a tutti i giorni che abbiamo sprecati,

a tutti gli attimi lasciati andare
e ai miti belli delle nostre estati.


Dopo l’inverno e l’ angoscia in città
quei lunghi mesi sdraiati davanti,

liberazione del fiume e dei monti
e linfa aspra della nostra età.

Quei giorni spesi a parlare di niente
sdraiati al sole inseguendo la vita,

come l’ avessimo sempre capita,
come qualcosa capito per sempre.


Il mio Leopardi, le tue teologie:
"Esiste Dio ?" Le risate più pazze,

le sbornie assurde, le mie fantasie,
le mie avventure in città con ragazze.


Poi quell’ amore alla fine reale
tra le canzoni di moda e le danze:

"E’ in gamba sai, legge Edgar Lee Masters.
 Mi ha detto no, non dovrei mai pensare."

Le sigarette con rabbia fumate,
 i blue jeans vecchi e le poche lire,

sembrava che non dovesse finire,
ma ad ogni autunno finiva l’ estate.


Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi,
ma cosa siamo e che senso ha mai questo

nostro cammino di sogni fra specchi,
tu che lavori quand’ io vado a letto.


Io dico sempre non voglio capire,
ma è come un vizio sottile e più penso

più mi ritrovo questo vuoto immenso
e per rimedio soltanto il dormire.

E poi ogni giorno mi torno a svegliare
e resto incredulo, non vorrei alzarmi,

ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi
le mie domande, il mio niente, il mio male…


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Terzo titolo – ci siamo quasi

Piccola città
Francesco Guccini

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non sa darmi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

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Quarto titolo

Volevo inserire un testo di Guccini, e sinceramente ho un pò l’imbarazzo della scelta.
Scegliendone una sicuramente ne "sacrifico" un’altra.
Però in questo periodo mi sento un pò così, e stanotte ho sognato il testo di questa, che sicuramente era fra le "candidate".

Cirano

Francesco Guccini

Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto!
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.
Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza,
avrete soldi e gloria ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finché dura,
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura,
e andate chissà dove per non pagar le tasse,
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Facciamola finita, venite tutti avanti,
nuovi protagonisti, politici rampanti;
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false,
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte;
coraggio liberisti, buttate giù le carte,
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto assurdo bel Paese.
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;

coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi;
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi.
Venite gente vuota, facciamola finita:
voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è come voi dite un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,

non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo;
dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.

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"Danny" Ivano Fossati: quinto titolo della catena

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