Archivi del mese: ottobre 2010


Il racconto, per lo scopo ultimo del dargli forma, oggetto, concretezza. Un valore assoluto.
Il racconto e il mio corpo come racconto della mia vita.
Un corpo che dimentico, ma che, in ogni segno, in ogni ruga, in ogni lembo di pelle, cerca di tirare fuori quello che io tendo a nasconedere dentro.
Vedendomi sorridere e chiaccherare, ridere tirando indietro la testa, mostrare un'immagine, appaio quella che non sono, perché quella che sono sta schiacciata lì, in fondo.
E anche gli occhi sanno mentire tradendo e tacendo tristi verità, squallidi biasimi, indicibili angosce.
Ma il mio corpo no, mi sfugge, mi parla, e parla al mondo. Urla quello che io vorrei tacere, passa il tempo a spettegolare dei miei affarucci, punisce ergendosi a giustiziere supremo e premia con parsimonia.
Un corpo che non vuole nutrirsi più. Non vuole mangiare anche se ha sempre tanta fame, ma la fame è brutta, è sporca, è misera, è umiliante, lui vuole innalzarsi al di sopra di se stesso, diventare spirito, perdere forma e acquisire uno spessore impalpabile, che trascenda le cose.
Guardo le foto della collega cicciona che alza al cielo due tubi di patatine e si mostra seduta sul letto circondata da merendine, e mi fa, semplicemente, schifo.
Come mi faccio schifo io se mi guardo nello specchio davanti al bagno, anche se peserò almeno venti kg meno di lei, ma non importa, nella mia testa io sono come lei, e faccio schifo più di lei.
Io ho il culo, c'ho le tette, la vagina, una bocca, tutto un corpo che gli uomini desiderano, ma lo nego, perché non lo so, e mi tiro giù la maglietta o mi tiro su la zip di una felpa di venti chili fa. Non lo so fare, non lo so.
Ditemi che sono brava, ma vi prego non ditemi che sono bella, tanto non vi credo…

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Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire.
(F. Pessoa)

ma questi sono giorni in cui non voglio sentire nulla, e allora non scrivo, perché vorrei che il mio cuore fatto a pezzetti  sentisse il meno possibile.
Mi prendo in giro, e ci riesco bene, sono una professionista dell'autotruffa.

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La casa in cui vivo ha le pareti di carta velina, proprio adesso mentre scrivo sento il vicino di casa che litiga al telefono per evidenti "brogli" burocratici.
Al mattino oramai sento la sveglia della vicina puntata alle 7.15, per me che considero quell’orario l’alba (salvo quando a lavoro ho il turno di mattina) è confortante sapere che potrò dormire ancora un po’.
Il problema nasce quando io e il mio focoso lui indulgiamo nei piaceri della carne.
Di notte, se si presume che gli altri dormano, c’è di contro il fatto che i rumori della strada non ci sono, di giorno siamo sicuri che sono tutti svegli, e, anche se i motorini che sfrecciano e i clacson delle automobili non mancano, c’è sempre un po’ la sensazione di essersi fatti sentire.
Eh sì, non siamo decisamente una coppia di esibizionisti… ma allo stesso tempo il problema or ora analizzato non ci spinge a rinunciare agli incontri del talamo nuziale.

Ed è così che questa mattina il vigoroso compagno della sottoscritta ha deciso di regalarle un caloroso buongiorno, salvo poi riaddormentarsi profondamente. La sottoscritta dunque si è recata, sola soletta,  in cucina per tostare la sua fetta di pane della colazione, e mentre l’odore del pane riempiva la cucina e Jel decideva fra la marmellata di albicocche e quella di fragole sentiva i vicini di casa parlare indignati sui balconi: che schif’ è chest’, parev’n brav persone, ij nun ‘o sacc, nun c’ pensn ch stann’ ‘e’ criatur, un’ po’ int ‘ a casa soj... and so on…
Jel è mortificata, teme che si parli dei di lei sospiri che avrebbiano disgustato il vicinato, si accosta al balcone silenziosamente  e ascolta più attentamente. Poi un sospiro, questa volta di sollievo: parlano del delitto di Avetrana, della povera Sara Scazzi, dello zio mostro e della cugina la di cui colpevolezza è unanimemente condivisa.
E cazzo, il pane è quasi bruciato!!!

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Poi si diceva, giustamente, che io vivo secondo una sorta di precetti di una sorta di religione tutta mia, così, se da un lato me la rido di chi non mangia le fragole a maggio in onore della madonnina o la cioccolata durante la quaresima per ricordare i dolori di gesùcristo, dall’altro mi pongo dei limiti rigorosi che rispetto come la più devota delle beghine.
Sono bravissima nelle penitenze, se esistesse il paradiso di questa religione ci salirei dritta dritta hic et nunc, senza neanche bisogno di morire, perché quello che IO  vieto è certo che IO non lo faccio, i limiti che mi pongo non li supero mai né li sposto un tantino più in là.
Una santa!
Però questa mattina si diceva, con lui, che in fondo questa non è proprio vita, o meglio non è la vita che desidero, quella che guardandomi indietro non rimpiangerò.
E così, avendo la mattina libera, ho deciso di godermela almeno un po’, e mi sono lasciata andare a due cose che mi piacciono tanto.
Ho comprato una borsa che mi piaceva, perché lo devo ammettere che sono una borsofila della peggior specie,  e anche se nell’armadio ce ne sono tante una in più oggi ci stava bene.
E poi ho ceduto anche ai piaceri della gola, perché era lì che mi guardava, languidamente esposta nella vetrina della pizzeria sotto casa, calda e profumata, ed è stata mia, ha sostituito un tristissimo pranzo programmato a base di carote  e  tacchino: una pizza fritta ripiena di ricotta, una delle cose secondo me più buone in assoluto,  una di quelle cose che non puoi non mangiare qualche volta se vivi a Napoli.
Trasgredire mi è piaciuto, devo ammetterlo, non posso continuare a fare sempre la brava ragazza.

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Dedicato a Te e a tutte le persone che mi vogliono bene

Sono una menzogna, un segreto tenuto in fondo al cuore, un lago con una superficie liscia e splendente e un fondo di putridume e rifiuti.
Sono una beffa, una delusione dopo un’attesa  di cose belle, di aria nuova, uno scrigno vuoto, un  carillon che non gira e che non suona più.
Sono una promessa non mantenuta, un giuramento tradito, una storia senza un finale.
Sono un binario morto, una stazione vuota dove non passano più i treni, una valigia pesante ma piena solo di inutili macigni buoni solo per legarseli al collo e buttarsi giù.
Sono un fiore appassito, un bruco che non è diventato mai farfalla, una lacrima che non scende, un sorriso trattenuto in gola.
Sono squallida come l’ipocrisia, come la falsità, come un silenzio rivolto a chi avrebbe bisogno di una parola.
E sono troppo vigliacca per rivelare al mondo quello che sono, e mi lascio circondare da sorrisi, da braccia che mi avvolgono, da mani che si tendono, da occhi che mi ammirano.
E so solo io che non meriterei nulla di tutto ciò, perché io non so amare, so solo illudere, far soffrire, deludere, non mantenere le promesse, fino a quando un giorno sarò smascherata.
Perché chi non ama se stesso non può amare nessuno, perché chi non sa amare ha una grande capacità di far soffrire, perché chi non sa stare da solo non sa condividere.

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Parole di donne con la D

Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella "zona grigia" in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.
Rita Levi-Montalcini

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