Archivi del mese: novembre 2011

Avere il sedere ridotto ad un colabrodo dolorante per non risolvere nulla non è che ti faccia sentire veramente bbbene. 
Il mio rapporto col cortisone richiama tremendamente la catulliana odi et amo, quare id faciam? Excrucior!
E sragiono. 
Che palle…
Quando stai male solo di una cosa ti importa: vorresti stare bene, tutto il resto non conta NULLA. 
Altro che violoncello che ascolto con le cuffie mentre scrivo questo delirante post, altro che libri, altro che uscite e cose belle.
Che poi se non stai bene e non fai sesso da un sacco di tempo ti rendi conto del motivo per cui le persone spesso sono intrattabili.  
Vorrei almeno capire cos'ho perché i medici ti dicono una cosa e poi un'altra, e poi non sai, poi aspetti, e poi chiami, e poi non sai se hai fatto bene.
La malattia ti rende un pezzo di carne e nulla più. 
E proprio in quel momento cerchi disperatamente di elevarti al di sopra di questa dimensione, perché percepirla ti dà la misura di quanto sia reale. E non ti fanno neanche più paura i camici bianchi, e gli aghi e le fialette, e gli odori di disinfettante e tutto il resto, vuoi solo stare bene e andare a spasso, sulle tue gambe e sentirle. 

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Ad un anno esatto dall'attacco eccone un altro, inaspettato, così una mattina di novembre, mentre a lavoro tutto procede come al solito e tu cominci a sentire che qualcosa nella gamba sinistra non va bene, ti sembra insensibile, troppo rigida, non sai, non capisci, pensi che come al solito passerà, perché hai dormito poco, perché capita, perché la malattia è così, va e viene, ma poi dopo il sabato continua anche domenica e lunedì, e finalmente martedì decidi di chiamare il medico e ti risponde con quello che ti aspettavi, ormai tu e il cortisone siete inseparabili.  E vai di protezione gastrica e mestruazioni che ti arrivano in anticipo, e voglia di piangere e spaccare tutto e umore pessimo, e questa volta tanta, troppa voglia di restare sola, non vuoi dirlo a nessuno, anche se a qualcuno ti tocca pur dirlo, ma non vuoi neanche un abbraccio, neanche una pacca sulle spalle, non vuoi nulla, vuoi solo che passi, e in fretta. Vuoi restare sola, ma sola non ci sei mai. Nessuno può capire, qualcuno può compatire, soffrire con te, sperare con te, dispiacersi per te,  farti forza, ma poi quando fai la pipì e non capisci se hai finito o se quando ti rigiri nel letto non ti rendi conto di non avercelo il letto sotto e rischi di capitombolare a terra allora lì sei sola. Sola come non mai, nonostante altre braccia ti impediscano di cadere e nonostante sai che basterebbe una chiamata per avere qualcuno lì accanto a te. Sei sola, come sola entrerai a breve di nuovo in quel tubo, come quando all'ospedale finalmente si spegnevano le luci e chiudevi gli occhi nel silenzio interrotto dal lamento degli altri degenti. Sei sola e capisci che soltando da sola puoi farcela, se ce la farai un giorno. Oggi sembra impossibile tornare intera. Oggi non ci credi che passerà, ci speri, quello sì, ma stai ancora troppo male per non aver troppa paura che sia solo l'ennesima illusione. 
Quando si muore si muore soli, quando si soffre si soffre soli, è solo la felicità quella che ha bisogno degli altri per esistere, al dolore basti tu.

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Archiviato in dentro, salute

Mi sembra di non riuscire più a comunicare, e di non averne più neanche troppa voglia.

Continuo a contare i giorni e a guardare l'agendina dell'anno scorso, perché è passato esattamente un anno da quando ho scoperto di essere malata, o meglio per il momento è passato esattamente un anno da quando è cominciato l'attacco che mi ha fatto scoprire di esserlo.  

Giorni che rivivo e ricordo la paura che da quel momento si è solo trasformata, e questa gamba che da ieri dà fastidio mi allarma più del dovuto, perché trovare coincidenze e pseudodisegni astrali mi è sempre piaciuto fin troppo, e sarebbe un tremendo scherzo del destino ritrovarmi esattamente dopo un anno a stare male.

 In questi mesi, ma soprattutto in queste ultime settimane, sono cambiata tanto, ho fatto tante cose, come per esempio l'insegnante per davvero, con due classi difficili e una scuola dove non ti danno nulla, neanche i libri di testo per supporto alle lezioni. E stare in classe non credevo fosse così difficile e così semplice ad un tempo.

Poi sono uscita da sola, per brevi, troppo brevi, tratti, ma da sola, con le mie gambe traballanti e il mio cuore in tumulto.

E ho riflettuto tanto, troppo, sulle cose ma soprattutto sulle persone, e sul mio modo di relazionarmi alle persone, sbagliato, al volte malato, perché ne ho troppo bisogno.

Mi vanto di riuscire a stare da sola, e questo è vero, se consideriamo la mia capacità di starmene per i fatti miei intere giornate piene di tutti i miei interessi, i miei silenzi, e le mie canzoni, le parole scritte e ascoltate, le immagini, i profumi e i sapori, ma il mio bisogno degli altri è sempre troppo, come se mi servisse sempre qualcuno che mi guarda per poter esistere, come se non riuscissi ad esistere per me, per il semplice fatto per cui il verbo essere può anche darsi come transitivo.

Non mi do grande importanza, oltre quella assoluta e malata che impongo nel mio rapporto col tu.

Non mi do l'importanza giusta, ecco.

Non so amare e non mi so amare, semplicemente.

Non c'è bisogno, detto questo, di aggiungere molto altro.

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