Archivi del mese: maggio 2009

Mi perplime il fatto che ultimamente feisbuc sia la mia fonte di ispirazione per svariate riflessioni, ma tant’è.

D’altronde non è neanche così strano, considerando che si tratta di un contenitore di varia umanità che si mette in vetrina mostrando la parte migliore di sé, parte che spesso finisce per essere la peggiore, o addirittura la più ridicola, o, meglio ancora, una recita a soggetto.
Certo che fino allo scadere nel ridicolo il passo è breve, e molti fanno il passo più lungo della gamba, da qui una serie di assurdità che ultimamente riempiono le mie serate di fronte al pc.

C’è da fare anche una breve precisazione, ovvero una delle mie perversioni è quella di guardare le foto, mi piace un sacco cogliere scene rubate, leggere dietro le pose misurate tutta una serie di dettagli etc, così spesso mi ritrovo -sempre grazie a quei meccanismi perversi che ti portano a farti i cazzi altrui- a guardare album di gente sconosciuta.

Così ieri mi sono imbattuta in una tetta che occupava buona parte del monitor del mio pc.
Nella fattispecie era una tetta in bocca ad un neonato, o meglio una neonata, una certa Martina nata qualche mese fa da chi e dove non so.

Ed ecco che da qui mi è nata questa profonda riflessione che tutti stavamo aspettando di conoscere: le donne, quando diventano mamme, troppo spesso si scordano del fatto che restano comunque donne, a limite si sentono femmine.

Ora io dico, non tirerei mai fuori una tetta nel bel mezzo di un pranzo nuziale, oppure in  una stanza affollata di persone, oppure in un bar.
E invece una donna con tanto di prole in braccio lo fa con estrema naturalezza, e capisco l’istinto materno, ok, ma magari appartarsi in un altro  posto no?

Un seno è sempre un seno, io penso, e se allora solitamente lo consideriamo ,alla stregua delle nostre pudenda, una parte da mostrare solo in privato ad un partner, perché smette di esserlo solo quando una sua parte va infilata nella bocca del nostro neonato?

In Italia glorifichiamo troppo la maternità, fino a scadere nel ridicolo, una madre è una madre, e ciò trascende tutto il resto.

Ma io non credo sia così, una madre, come un padre, è una donna, come il padre è un uomo, e il fatto che ci abbiano dato la vita rientra semplicemente nell’ordine naturale delle cose.
(Siamo fatti così,  lo guardavo da piccola).

Ora credo che dovrei andare a parare da qualche parte, ma mi fermo qui, e continuo la mia mediocre vita in questo paese di mammoni, figli di madri gloriose, che si sono immolate all’altare della rinuncia del sé.

Menomale che il mio compagno non rientra nella categoria, sarebbe stata decisamente  difficile  una convivenza una alla "io, mammet’ e tu"

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Che poi alterno momenti in cui disprezzo il mondo a momenti in cui disprezzo me, e le due cose non necessariamente si alternano bensì si sovrappongono allegramente inter loro.
Stasera il disprezzo di me è particolarmente elevato, saranno i capelli, domattina devo lavare i capelli, li ho lavati ieri, ma sono sporchi, che schifo.
No, è che proprio mi faccio schifo stasera, sotto tutti i punti di vista.
Oh, e prego qualsiasi fatina buona o qualsiasi folletto verdemarcio di evitare di scrivermi cose del tipo sei speciale, amati, devi imparare ad apprezzarti ecc, finirei per disprezzare anche voi.
Al mio disgusto non c’è rimedio, fa parte di me, come questo senso di nausea che mi accompagna da un paio di settimane, credevo mi avrebbe aiutato a dimagrire, ma no, non funziona.
Eppure credo che l’unico modo per contrastare il caldo sia mangiare poco, nei giorni scorsi mi ha aiutato a non sudare troppo, ma poi la paura di svenire diventa più forte, ed ecco che le mandibole si muovono attorno ad un panino.
E vaffanculo a tutte le donzelle che mi svengono davanti in questi giorni, in meno di un mese me ne sono svenute 3 davanti al naso.
Vaffanculo, và.

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A parole si dicono tante cose, a parole si può imbrogliare, si possono condire le espressioni con tanti, troppi "fingimenti (lo so che questa parola non c’entra qui ma per il suo suono ritengo sia l’unica a starci bene)" e infatti è proprio così, il parlare è tutto un fatto di suoni, cadenze, moine, finzioni, è una recita, c’è una maschera, e poi se hai una bella voce è fatta, puoi anche recitare il calendario in aramaico antico, quello che stai dicendo finirà per apparire interessante, riuscirà a riempire di fumo il vuoto.
Ma la scrittura no, con quella non si imbroglia, si mette nero su bianco e ciccia, sta lì, manet, già al singolare.
Ed è per questo che mi incazzo con chi finge quando scrive, perché cazzo, se scrivi devi essere sincero, altrimenti sei troppo immorale, troppo, troppo.
Non puoi copincollare quattro frasi qua e là e dire che sono tue, peggio non puoi spacciare per aneddoti realmente accaduti cose che non lo sono, cambiarne la collocazione spazio-temporale e condirla con un paio di espressioni gergali e poi farla passare per un estemporaneo frutto della tua eccelsa mente.
No, non vale.
Per scrivere bisogna fare  una scelta, e quella scelta merità fedeltà a se stessi, e ai lettori.

Sarà un caso che proprio oggi mi sia imbattuta in uno spregevole ed imbarazzante momento di insincerità creativa di uno/a  scrittore/trice alle prese con le prese  per i fondelli di fantomatici lettori e in questa frase che invece potrebbe essere uscita dalla mia penna (o dai miei tasti):

"Forse era per questo che la vita dello scrittore mi era sempre sembrata così allettante: per il rifugio che offriva di fronte alla fatica dell’inserimento sociale, per la luminosa legittimazione conferita alla solitudine" (J. Coe)

Ultimamente mi sento una disadattata e poco importa che il mio cellulare squilli, che la mia casella di posta abbia sempre qualche nuovo messaggio o che gli amici  (buahahahah) mi reclamino per una cena.
C’ho un senso di disprezzo per il mondo tutto e mi rompo di fare tutto con chiunque.

Dovrei provare a fare la scrittrice, almeno sarebbe tremendamente chic potermene stare chiusa in casa a mangiare solo cose strambe, bere tisane e uscire con sacchetti di plastica al posto di borse firmate Louis Vuitton.

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L’unica cosa bella dell’estate è la totale indolenza che si impadronisce della sottoscritta.

Ed eccomi a passare ore ed ore in totale far nulla, stesa sul letto seminuda e nelle posizioni più indecorosamente lascive e rilassanti.

Non c’è nulla per cui mi senta in colpa, non ci sono doveri che sento di dover assolvere con puntualità e precisione, non c’è nulla che sia improcrastinabile.

Così, in questo regime di semilibertà, posso dedicarmi a tutte le attività più francazziste che mi vengono in mente e mi sto perdutamente innamorando di Tricarico. Tenendo conto che potrebbe anche essere una fugace passione, un fuoco di paglia, ascolto le sue canzoni e leggo i suoi testi.

Ho deciso anche che è arrivato il momento di possedere un personale lettore mp3 che possa utilizzare senza il terrore di rovinare il preziosissimo di lui strapieno lettore.
Lo riempirò della mia musica e proverò la sensazione di estraniarmi dal mondo quando cammino per strada, anche se questa la vedo difficile.

Ora torno a stendermi, anche battere le dita sulla tastiera è troppo faticoso.

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Una letterina per lui, astenersi diabetici.

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Amore, ti scrivo con la faccia di Saramago che mi fa da sfondo, che onore!

Ti scrivo perché ci sono delle cose che forse non ti ho mai detto, o forse sì, chi lo sa, ne dico tante.

In queste settimane post abilitazione sto pensando tanto, alle volte non me ne rendo neanche conto, è come se il mio cervello all’improvviso, dopo essere stato annebbiato per mesi dallo stress, adesso ci vedesse molto più chiaro.

Mi sembra che le cose abbiano contorni un po’ più netti e che la direzione sia meno incerta, mi sembra che le linee di demarcazione fra i pensieri li rendano molto più facilmente comprensibili e riesco a spiegarmi anche cose che prima mi lasciavano interdetta.

Così mi rendo conto che nell’incertezza della vita quotidiana, che io cerco sempre inverosimilmente di tenere sotto controllo, ci sono dei perni intorno a cui far ruotare tutto il resto, e sono quelli che danno un senso alle cose banali che ci girano attorno, sono quelli che posso tenere sotto controllo anche se non ne ho bisogno, il resto è tutta schiuma, tutto fumo, nugae.

Siccome la cosa più importante della mia vita sei tu e solo tu, e su questo non c’è assolutamente il minimo dubbio né mai c’è stato, io ho capito che per me la priorità è che tra noi non ci siano ombre, forse sfumature, quelle sì, ci fanno anche tanto bene, ma zone scure no.

E allora penso di aver raggiunto una maturità, una maturità tale che mi consente di amarti da donna a uomo, non più come una ragazzina,  non come una di quelle storie che capitano e intorno a cui ci si deve lavorare.

Io quando sono con te riesco a capire, o meglio a sentire perfettamente quella cosa che in sé è capace di unire all’emotività del sentimento la razionalità della scelta, la consapevolezza dell’affetto e lo sconvolgimento della passione.

 Io ti amo per quello che sei, per quello che fai, che pensi, che dici, per quello che provi per me e per quello che mi fai provare per te. Io non vorrei che tu fossi diverso da come sei, non vorrei mai che tu cambiassi per me, non vorrei mai che tu non fossi te stesso.

E a questo punto della mia vita io riesco anche a guardare bene in faccia il mio passato e la cosa più dolorosa che porta con sé, tu lo sai a cosa mi riferisco, o meglio a chi mi riferisco, e credo di non avertelo mai detto, o forse sì (come sopra), ma è una delle poche cose che non riesco a perdonarmi.

Credo di aver capito che quella è una cicatrice che rimarrà sempre dentro di me, come quella piccolissima sul ginocchio sinistro per il vetro che lui mi ci fece cadere dentro,  è piccola, piccolissima, ma si vede, c’è, e non riesco a sopportarlo.

Così, se so che non potrò mai perdonarmelo, cerco almeno di spiegarmelo.

E delle spiegazioni adesso riesco a darmele.

E capisco cosa mi ha portato a fare delle scelte, cosa mi ha portato a fare degli errori, quegli errori, quelli che persino tu non mi perdoni, tu che sei in assoluto la persona più buona che conosca.

Io ho capito che a vent’anni o poco meno io ero solo una bambina scema, immatura, ero un groviglio emotivo, e dentro di me c’era un mondo inesplorato perché fino a quel momento era stato semplicemente sepolto sotto il mare della banalità in cui ero costretta a vivere, sotto lo spettro della superficialità che mi riempiva la vita, perché io di vite non ne conoscevo altre, non mi permettevo di essere me stessa.

E allora è stato più comodo essere come un altro mi diceva che sarebbe stato giusto essere, come qualcuno che si prendeva la responsabilità di gestire una libertà che avevo di scegliere troppo grande per me così piccola, in questo mondo che a Xxxxxxx fino ad allora non aveva bussato neanche alla porta.

Non voglio con questo lasciar intendere che mi vedo nei panni della vittima di un carnefice, perché mentirei se ti dicessi che la penso così, allo stesso modo non credo ci fosse intenzionalità di fare di me un gorgo di impulsi repressi, è solo capitato, come la merda che ti capita di calpestare quando cammini per strada.

Una contingenza di eventi che ha creato una serie di sofferenze un po’ a tutti, a noi due principalmente.

Ma questa merda possiamo anche togliercela dalle suole delle scarpe amore mio, anzi se di solito è una cosa che fai tu, ché io sono assurdamente ipersensibile, questa volta spero di poterti dare una mano, di toglierla io anche se mi viene da vomitare.

Amore, io adesso mi sento forte, dopo questi mesi passati sul filo del collasso io mi sento forte, e mi sento pronta a stringerti la mano e a camminare accanto a te. Ad essere anche un sostegno, non solo un fagotto sulle tue spalle larghe. Sono pronta ad essere la tua compagna. Basta solo che mi prometti di non farmi più  addormentare ascoltando le repliche di Santoro, ok?

 

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Probabilmente sto per scrivere il post più banale della storia dei blog, ma scrivere queste cose mi aiuta a tirare fuori una morsa che da qualche ora mi stringe il cuore, e che schiaccia ancor più un’altra morsa che mi tiene da domenica pomeriggio.

O forse dopo starò solo peggio, e chi lo sa.

E’ che domenica sfogliando le pagine di Repubblica mi sono soffermata a guardare le foto delle torture di Abu Ghraib.

Ormai siamo troppo abituati ad immagini di questo genere, quasi ci sembra familiare l’uomo incappucciato con i fili elettrici attaccati alle mani -o qualcosa del genere- e non ci fermiamo mai a pensare cosa si deve provare a stare al suo posto, oppure ci pensiamo e ci distraiamo subito, oppure inveiamo contro la politica, gli uomini che hanno creato tanto orrore, oppure, come me, pensiamo a cosa vorremmo fare per vendicare quelle povere vittime e ci immaginiamo di fare del male ai carnefici.

Io domenica invece mi sono immaginata nella parte di un torturato, e a me quella sensazione non me la toglie più nessuno dal cuore.

Ma voi immaginate cosa vuol dire stare lì, nudi, bloccati, a SAPERE che stanno per farti del male, e a non poter fare nulla, e a soffrire e a sapere che non finirà, che non ci sarà nessuno che porrà fine a tutto ciò?

Cosa può voler dire soffrire e basta, senza un perché, senza una colpa, senza una soluzione di continuità?

E io non posso credere che esistano persone appartenenti al genere umano che scientificamente possano programmare di far soffrire un altro essere umano, che possano immaginare cosa può fare più male, cosa può più umiliare.

E che ci sia una connivenza, che qualcuno lo sappia e non faccia nulla per fermarlo, e che qualcuno collabori direttamente e indirettamente.

Ma come si può? Ma com’è possibile?


E poi oggi mi sono imbattuta in un’altra sofferenza e ho letto da cima a fondo il blog di una ragazza malata di cancro, e non posso non pensare a come ci si debba sentire senza sapere se domani arriverà, e come si debba sentire una persona che ama una persona malata, che può morire, che verosimilmente non festeggerà il suo prossimo compleanno, che si spegne giorno per giorno.

E penso al suo corpo (di lui) nudo, e penso a cosa possa essere vedere un corpo sano deperire, essere rivoltato come un calzino, consumarsi, finire…


Mi sento piccola, impotente, insignificante, e tutto è imponderabile ed ingiusto, e assurdo, e disumano, oppure tremendamente umano.

Alla ragazza senza capelli dedico una canzone stupenda che per un motivo sciocco non ascolto mai, e invece adesso la pubblico e la dedico a lei che un giorno spero ne riavrà di bellissimi.

 


 


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