Archivi del mese: gennaio 2009

Jelinek ieri ha avuto la dimostrazione che non sa tenersi la fame.

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Sono fagocitata in  un programma di sequestro di persona legalizzato.
L’arma di tortura che utilizzano con me è farmi assistere, impotente, ad un trionfo di retorica e vacuità.
Attualmente coi carcerieri il rapporto è buono, ma non sono molto umani con me.
Riesco tuttavia a mangiare e ad avere le cure necessarie alla mia persona.
Sopraviverò e poi parteciperò ad un reality per raccontare la mia esperienza, tanto non so ballare/cantare/recitare, quindi, a quanto mi dicono gli assidui frequentatori del genere, i presupposti ci sono.
Vi terrò aggiornati, sta per finire l’ora d’aria!

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Da bambina credevo molto al potere del desiderio, trovavo sempre l’occasione per rendere un momento propizio ad esprimerne uno, le candeline sulla torta di compleanno, la buccia della mela tutta intera, le campane che suonavano mentre passavo sotto al campanile, il soffione trovato in giardino, il pettirosso sul davanzale della finestra e così via.

Ancora oggi che sono una vecchiaccia atea e materialista, che non si aspetta poi chissà cosa dal destino nella consapevolezza di dover camminare con le proprie gambe, devo ammettere che il desiderio quando mi cade una ciglia lo esprimo.

Ricordo che un desiderio che mi piaceva assai-assai era quello di acquisire dei poteri magici, e in particolare un potere per cui ogni cosa che disegnassi potesse materializzarsi all’istante. E allora immaginavo di disegnare penne colorate dalle forme stranissime, fiori inesistenti, una cameretta barbiestyle.

Poi una sera mi regalarono uno zaino usato, era un periodo economicamente molto difficle per la mia famiglia, e io desiderai per tutta la notte che cambiasse colore e diventasse quel modello che piaceva a me, e ci sperai con tale e tanta intensità che davvero al mattino successivo ritrovarlo lì, brutto e arancione com’era, fu una delusione grande.
Da quel momento che smisi di credere nella forza del desiderio.

Eppure ieri notte, mentre tentavo di addormentarmi ho pensato che sarebbe bello avere quei poteri magici, magari proprio quello di far materializzare tutto quello che disegno.

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fenomenologia del mal di testa

Soffro spesso di mal di testa, da che ero bambina le mie giornate hanno avuto spesso come sottofondo un lancinante dolore di capo che si presenta in varie forme e intensità.

Le cause?
Praticamente tutte: abuso di caffé-mancanza di caffé, troppo sole, troppo caldo, troppo freddo, troppo cibo-poco cibo, ansia, cattiva postura et cetera, vado avanti?
 Meglio fermarsi qui.

La cosa che cerco di fare è sempre e comunque resistere stoicamente all’utilizzo di medicinali, ricorro al nimesulide quando proprio non ne posso più.

E ciò accade sistematicamente quando vado a dormire col mal di testa, uno di quelli peggiori, quelli  che sento non mi passeranno con una dormitona.
Io lo so già, ma ci provo, e così dormo tutta la notte svegliandomi ad intermittenza per il dolore, e il mattino successivo, facendo la colazione propedeutica all’assunzione di qualche medicamento portentoso, mi ripeto che no, non ci casco più, la prossima volta prendo qualcosa appena ho il sentore che stia per arrivare, che non è intelligente dormire male tutta la notte per resistere e poi cedere al mattino seguente.

Eppure la scena si ripete identica, così come ieri sera.

E ora sono qui che mi chiedo se è meglio il nimesulide o le gocce di Novalgina.

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Il problema è che una ansiosa come me non dovrebbe mai frequetare persone che le mettono ansia, che le dicono nel sottinteso che non può farcela, che non ce la farà.
Perchè io non ho mai conosciuto una persona più suggestionabile di me in questo senso.

Qui si sta mettendo a dura prova la mia autostima.
Qui si stanno mettendo a nudo le pochezze delle persone che devono farti sentire piccolo così affinchè loro si sentano grandi.

I prodotti delle nostre università cominciano a disgustarmi sinceramente, e credo che sarò più serena quando tutta questa gente imbevuta di scienza non sarò più costretta a frequentarla così assiduamente.

I lampi di intelligenza li vedo più vivi nel volto dell’ambulante che al semaforo vuole venderti i fazzoletti, nella novantenne che non si lamenta dei suoi acciacchi, nell’ignorante collega che però si rimbocca le maniche per campare senza gravare su mammà e papà.

E ora, finito lo sfogo, vado a raggiunere chi mi rovinerà la giornata con un mucchio di cazzate, che qui è tutta burocrazia imbellettata da paroloni che manco sanno cosa voglian dire!

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Sono una casa con la porta chiusa,
 con le finestre sbarrate,
con alle spalle le montagne.
Col cielo e le nuvole sopra di me,
con la campagna deserta intorno a me.
 E un cuore di vita che pulsa dentro,
 ma che resta chiuso,
inascoltato.

Se solo potessi entrare mi sentirei serena,
 il tepore mi avolgerebbe
e ci sarebbero sorrisi e calde mani e parole d’affetto,
e profumi, e dolci sapori.

Ci sarebbe amore.
Ci sarebbe un noi.

Ma resto fuori,
ed è tutto sporco, ed è tutto angusto, e tutto taglia.

Le voci sono rumori e i sapori sono amari,
e le mani tremano e le gambe tremano,
e la vita scorre in mezzo a stupide marionette
che hanno sorrisi vuoti e un animo povero.

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Posso ufficialmente dire che l’acquisto del notebook è stato l’inizio della fine.

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