Archivi del mese: gennaio 2011

DE VULGARI ELOQUENTIA


Jelinek ultimamente è stata un po' incazzata, ok.

Incazzata con la vita, col mondo, con le malattie, con se stessa, diciamo un po' incazzata e basta.
Ad oggi non è che sia meno incazzata, ma è anche un po' stanca, a tratti depressa, a tratti fiduciosa, a tratti rassegnata, a tratti non si sa, ma non è questo che ci interessa adesso.

L'argomento di pertinenza è appunto il parlar volgare, dove per volgare Dante intendeva una cosa, Jelinek ne intende un'altra, ma, sostanzialmente ci si riferisce al meraviglioso mondo della lingua e delle sue possibilità.

Infatti in queste settimane la sottoscritta si sta rendendo conto di quanto per esempio il partenopeo vernacolo sia tremendamente espressivo, e riesca a dire, in un'unica espressione, delle cose complicatissime, non per il concetto in sé espresso quanto più per tutte le sfumature con cui ogni singola espressione si colora e si arricchisce.

Jelinek può, ad onor del vero, vantare una serie di frequentazioni tali da porla al confronto con campioni di portata eccezionale, a partire dal suo compagno che infatti viene qui citato per la prima delle espressioni di cui lei si è appropriata e di cui attualmente non riesce a fare a meno non trovando, in italiano, un corrispettivo altrettanto soddisfacente ad esprimere appunto quella determinata cosa, quel preciso concetto, a delineare la fattispecie della questione in modo in sé esaustivo.

Prima in ordine rigorosamente casuale è quindi l'espressione: nun teng genj che, tradotto alla lettera, sta a dire “non ho voglia di”, eppure non tenere genio non equivale assolutamente a non avere voglia di fare/mangiare/ascoltare qualcosa, non tenere genio è più sottile del non avere voglia, non tenere genio significa non avere l'animo, il corpo, la mente predisposta a quella determinata cosa, è qualcosa di più complesso della voglia, di meno definito, più vago e, allo stesso tempo, più specifico.
Se tu hai voglia di mangiare un gelato senti il desiderio fortissimo di mangiarlo e basta, ma magari se sei a casa, fa freddo, hai un budino in frigo e un leggero mal di testa , ti accontenti e ti fai passare la voglia con quel surrogato o qualcosa di simile, ma se hai genio vuol dire che avrai anche il coraggio, con 3 gradi sotto zero, di vestirti, scendere di casa, arrivare fino alla tua gelateria di fiducia e sapere già quale sarà il gusto che chiederai per il tuo cono, e, in particolare, quale quello che chiederai per primo in modo che rimanga in fondo e sia il gusto predominante.
Alla fine ti sentirai soddisfatto, appagato e sereno e dirai: tenevo proprio genio, e lo rifaresti, come se lo rifaresti!


Un'altra espressione che mi piace tantissimo è scinn 'a cuoll, ovvero scendi di dosso, sempre volendo dare per prima la traduzione letterale.
E anche qui non è mica così semplice? Innanzitutto questa frase va detta in una situazione specifica, non è adatta ad ogni persona più o meno azzeccosa, no, scinn ' cuoll si riferisce a chi ci sta addosso in maniera insistente fastidiosa, pesante, ha in sé un senso di liberazione enorme, è già indicativo del sollievo che si proverà alla fine della persecuzione da parte della persona/situazione che sta così insistentemente mettendo alla prova la nostra pazienza nonché la nostra voglia di occuparci di una particolare faccenda! Oppure si può riferire sempre ad una persona la cui frequentazione è pesante, morbosa, irritante, opprimente.
Il classico corteggiatore insistente, l'amica che ti chiama solo quando ha bisogno ma che, se ti chiede un favore, non la smette di inviarti sms, chiamate, mail etc fino a che non l'avrai esaudita, una madre troppo apprensiva e iperprotettiva, una suocera ficcanaso e maleducata, ecco, sono queste le persone a cui si dice, facendo seguire all'espressione un profondo e rumoroso sospirone di sollievo, scinn 'a cuoll!

Questa invece l'ho usata oggi per la prima volta, ma ha sortito immantinente l'effetto desiderato, a prova della sua efficacia: vuo' rà 'na capat?
Dare una capata si riferisce solo ed esclusivamente a cose che si stanno mangiando, offrire una capata equivale a offrire un po' di quello che si sta mangiando.
Ma non si può confondere la cosa liquidandola con un po'.
La capata per esempio non è uno spicchietto di pizza o un pezzetto di panino.
La capata riguarda l'atto in cui tu cedi momentaneamente il tuo cibo nelle mani dell'altra persona la quale affonderà in giù la testa tuffandosi in quello che stai mangiando e prendendone una parte sostanziosa e preferibilmente localizzata in posizione centrale.
La capata per esempio è la mia ancora di salvezza ogni volta che sono a lavoro e non riesco a finire il mio pranzo/cena durante la pausa, è lì che mi soccorre il mio amato amante portando via con un morso quasi la metà della mia marenna (altra espressione tipica per indicare un panino che sostituisce un pasto) dandomi la possibilità di finirla prima che il cronometro della pausa segni l'odiato e temuto extra time!
La capata ti porta via quasi mezzo panino e buona parte del contenuto, ti libera dall'angoscia di quel morso carico di cibo che difficilmente riusciresti a gestire senza sbrodolarti e sporcarti i vestiti. Per la capata serve però un amico maschio molto vorace e disposto ad attendere pazientemente il momento in cui tu, con gli occhi di Bamby, gli chiederai aiuto.


Riporto infine un'altra espressione che secondo me merita, ovvero fa' 'o cess'. Modo molto colorito per invitare l'altro al silenzio non inteso come silenzio e basta, ma come atto di zittire chi sta dando fastidio o sta mettendo in dubbio le nostre potenzialità, peggio ancora ci sta mettendo in difficoltà o sta, in qualsiasi modo, comportandosi male nei nostri confronti.
Quando l'avremo avuta vinta con particolare evidenza potremo dire allo scocciatore di turno di fare il cesso, ovvero di stare zitto a meditare sulla sua pochezza e mediocrità, nonché sul suo squallore. Ecco, invitare a fare il cesso equivale a dire a una persona fai quello che meriti, ovvero stare zitto e dileguarti nel più breve tempo possibile conscio dello schifo e del disprezzo che suscita nell'altrui considerazione.
Questa non l'ho ancora mai detta, eppure a mio parere ci sono momenti in cui calzerebbe a pennello!

 

Insomma, dopo questo breve excursus sulla lingua partenopea contemporanea torno alle mie inutili faccende, c'è il libro di Ovidio che sto leggendo che mi guarda perplesso alla mia destra e il collage con gli scrittori che mi osservano inquietati di fronte a me. Ma oggi questa roba qui tenevo proprio genio di scriverla!!!

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Un barlume improvviso a ricordarmi che sono una donna, che ho la forza di andare avanti, perché se riesco a camminare con quella borsa (più pesante di me) appesa al collo posso farlo sempre e comunque.
Perché se ho il coraggio di amare chi mi sta intorno abbassando la guardia e aprendo gli occhi posso avere il coraggio di affrontare altri mille esami, dolorosi quanto si voglia.
Perché se ho la pazienza di ascoltare chi mi sta accanto e cercare di guardare oltre le parole, sentendo che il non detto ti spiega tutto quello che invece è stato tirato fuori, allora posso avere la pazienza di aspettare che i formicolii alle mani e ai piedi passino, prima o poi.
Perché se ogni giorno anziché uscire di casa con il volto stravolto trovo comunque la forza per fare un giro di rimmel e una passata di rossetto allora ho anche quella di andare a trovare l'ennesimo medico. 
E perché se nel cuore ho la capacità di tenere tutte le emozioni che si possono provare avrò anche quella di tenere la paura e lasciarla lì, insieme a tutto il resto, a confondersi fra le lacrime e i sorrisi.

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Certo non si confà ad una gentil donzella, ma dopo un pomeriggio di brutti pensieri,  elucubrazioni al buio condite di musica tristissima, la risposta è, hic et nunc, la ricerca del picco glicemico:

potere dei  biscotti del panificio con gocce di cioccolato vieni a me!!!

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Cos'è cambiato?
Tutto e niente, tutto ha una luce nuova, una prospettiva diversa, un sapore più amaro e più dolce, un peso diverso.
Niente di fatto, non mi manca una gamba, una mano, la voce per parlare né gli occhi per guardare, la vista è tornata.
Non sono cambiata neanche io, sono sempre la solita che si fracassa i maroni da sé.
E però è cambiato che oggi, nonostante la paura, ho scelto di continuare a camminare per la via, e che ieri, nonostante la paura, ho fatto la spesa al centro commerciale, e però è cambiato che adesso ho paura di altre cose, per esempio di vedere una donna che cammina col bastone e che ha le gambe storte, ripiegate all'interno e mi chiedo quanto ci vorrà perché le abbia anch'io così, o peggio.
Lo so che non è detto che accadrà, ma so anche che potrebbe accadere, e non posso chiudere gli occhi e fingere di non sapere, come fingo di non sapere tante altre cose.
Ed è cambiato che vorrei scrivere qui delle mie compagne di letto all'ospedale, che ci sarebbe da scompisciarsi, o del fatto che ho scoperto che esistono dei deodoranti vaginali, e che le mie amiche li usano…  e vorrei raccontare della quotidianità, delle mille cose che mi accadono o che mi vedo passare davanti agli occhi.
E poi vorrei parlare di una cosa SCONVOLGENTE:
ovvero ho scritto, mentre ero a lavoro, una decina di giorni fa o poco più, una riflessione, e io, dopo qualche giorno ho trovato la stessa riflessione alla fine de La signora Dalloway, e mi  sono salite le lacrime agli occhi, incredula leggevo e rileggevo, e per fortuna metto sempre la data sotto quello che scrivo e che leggo, perché altrimenti non ci avrei creduto al fatto di averlo scritto prima io, prima di leggerlo intendo. Cacchio!
Ecco, io vorrei parlare di tante cose, interessarmene e condividerle, ma poi, nei fatti, non me ne importa niente, è questo che è cambiato.

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Esiste al mondo qualcuno a cui piace il panforte?
Me lo cheido in quanto me ne hanno regalato uno e non so a chi sbolognarlo.
Io non l'ho mai mangiato, ma la sola descrizione mi dà la nausea.

Ecco, voglio parlare di questa roba qui, perché ultimamente sono molto frivola, e va bene così, che tanto i brutti pensieri li facio continuamente anche se il medico mi ha prescritto di non farli, ma cerco di esorcizzarli con pensieri leggeri, stupidi, inutili.
Oggi sono stata in profumeria e ho comprato un nuovo rimmel e un rossetto, e adesso mi macero nel dubbio circa il nuovo profumo da comprare visto che col precedente sono a raschiare il fondo.
Si accettano suggerimenti.

Ho persino comprato la carta igienica con le margherite che profuma di camomilla, l'ho pagata un occhio della testa e le battute scurrili del mio lui.

Ho deciso di tagliare i capelli, sono lunghissimi ormai e non hanno una forma decente.

E anche le mie mani sono sempre ben curate, ho uno smalto nuovo quasi ogni giorno.

Mi prendo in giro come vuolsi dove si puote ciò che si vuole e io più cerco di non dimandare.

Leggo, tanto, la meravigliosamente sublime Virginia. E altre robette di tale portata che penso che davvero quella gente lì che le ha scritte è geniale.

Recito, gioco al gioco delle parti, questa è la mia adesso, e quindi devo scrivere anche qui che sto bene, e sono tutti più contenti, io sto bene.
Non  mi faccio domande, il futuro non mi spaventa, non tremo ad ogni sintomo reale o immaginario, ho voglia di fare tutto, ho voglia di ridere, di uscire, di divertirmi e mi interessa tutto.
E, soprattutto, non sto facendo il conto alla rovescia per quando rientrerò nel tubo.

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Seduto o non seduto faccio sempre la mia parte
con l'anima in riserva e il cuore che non parte.
                                   (Francesco De Gregori)

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Ultimamente mi capita di scrivere su carta, con la penna, come piace a me.
Ultimamente mi capita di scrivere quando decido di isolarmi dal mondo.
Ultimamente mi capita di scrivere per cercare di capire quello che ho dentro.
Nessuna novità. Ovviamente, è quello che ho sempre fatto.
Ma questo posto qui è comodo per tenere tutto "più sistemato" e allora adesso copio una riflessione del 24/12 scritta sull'ultima pagina della vecchia Moleskine, così poi la cambio e mi decido a prendere quella nuova.

Scrivevo così:

Ancora qualche giorno alla chiusura di un anno difficile, brutto, faticoso e specialmente doloroso.
Se guardo ai mesi passati è il dolore la prima cosa che mi viene in mente: dolore per la preoccupazione, per l'ansia, per la perdita, per la malattia, per la paura di un futuro che si delinea ignoto e minaccioso, un futuro invadente come direbbe De Gregori.

Da ragazzina mi sembrava sempre un momento importante quello della chiusura di un anno e dell'linizio di un altro, e ancora oggi, durante tutto il periodo delle feste, è quello che sento di più, l'unico che mi emoziona, l'unico che, di fatto, esiste, benché non sia che la corrispondenza di un momento convenzionalmente definito tale dalla scelta dell'uomo, utile solo a fargli contare il tempo nell'inutile illusione di poterlo regolare in qualche modo, di poterlo, in qualche modo, controllare.
Pura, sciocca, inutile illusione!
Come quella dell'eternità che inevitabilmente continuiamo a sentire parte di noi, come quella dell'immortalità, perché, per quanto consapevoli, non riusciremo mai ad accettare l'idea della morte come parte di noi, come connaturata con la nostra dimensione ed essenza.
E illusione è anche quella di essere sempre nel pieno possesso delle nostre facoltà fisiche e mentali.

Tempus fugit e la salute idem.
L'unica possibilità è imparare a godere di quello che abbiamo hic et nunc, solo quello e nulla più.
Io non ci sono riuscita mai, l'unico augurio, proposito, aspettativa che posso e voglio avere per il nuovo anno è solo e soltanto questo.
Sarei, indubbiamente e finalmente, una persona felice.

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