Archivi del mese: luglio 2010

Cari amici lettori vorrei scrivere una cosa:
Ricordate tutti di quando scrissi di lui e le donne vero?
Ecco, lui è un tipo che non si smentisce. Mai.
Dico solo che, questa sera, dopo aver incontrato casualmente in una pizzeria una sua ex compagna di classe la quale, oltretutto, si accompagnava ad un suo responsabile del lavoro, le ha detto, nel bel mezzo della carrambrata: avevi il viso più paffuto, ecco perché non ti avevo riconosciuto, e quando lei incazzata/imbarazzata/scioccata si scherniva dicendo che sì sono dimagrita rispetto a quei tempi lui ha continuato, imperterrito, sulla stessa strada dicendo no, non volevo dire che eri grassa, solo che avevi il viso rotoondo, ora lo è di meno, e poi è calato il gelo…

Eppure sì, io gli ho spiegato mille volte che a una donna non si dice MAI, in NESSUN caso che era-è-sarà grassa, ma proprio mai, in nessun momento, condizione, luogo, situazione.
Io spero solo che lei poi la pizza l’abbia mangiata, che abbia comunque elargito i suoi favori al fidanzato e che stiano trascorrendo una serata felici e contenti, perché, come dicevo, il fidanzato di cui sopra è uno dei responsabili di lavoro del mio lui, ecco.

E poi vorrei dire una cosa che trascende i limiti imposti dalla privacy, e quindi la persona che citerò adesso in anonimato si paleserà se vorrà farlo, anche solo col nick name ovviamente.
Dicevo che quella donna lì,  che prima d’ora conoscevo solo tramite questa pagina web e qualche altra, ha  uno stacco di coscia chilometrico, da fare invidia ad una modella, ha un fascino velato dalla  grazia e  semplicità uguali a quelli che ti aspetteresti leggendola, e poi mi fermo che si sa che io non sono brava dire le cose, ma volevo ringraziarla pubblicamente perché sono stata davvero, davvero felice di averla incontrata.
E spero di rivederla presto.

Annunci

4 commenti

Archiviato in amicizia, cavolate varie, lavoro, lui, racconti, scene di ordinaria follia, vita

Come quando una tua collega -dopo anni- ti fa sapere di essere lesbica.
E tu, ovvero io, dopo qualche settimana, vai a lavoro tutta scollata, e preoccupandoti per l’aria condizionata puntata sulle tue tette, punti di rimando  la sua attenzione sul tuo decoltè, e lei ti guarda negli occhi, e poi un po’ più giù, e poi di nuovo negli occhi, e tu pensi:
che figura di merda!
Con la stessa voce e lo stesso tono di Nanni Moretti, in una scena di Caos calmo dopo il suo svennimento nel pieno di una riunione.

5 commenti

Archiviato in amicizia, cavolate varie, cinema, citazioni, lavoro, racconti, scene di ordinaria follia, vita

Che poi proprio mentre parlavo di rapporti virtuali, di amicizie nate su una pagina web, di questa dimensione che ti fa essere vicino e lontano ad una persona ecco che leggo questi due libri di Barbara Baraldi:
La collezionista di sogni infranti
e
La casa di Amelia

Due libri che si leggono in pochissimo tempo, un paio d’ore o poco più per entrambi, ma che, cavoli, hanno saputo inquietarmi un po’.
Non che mi sia ricreduta circa le mie posizioni, ogni volta che ho incontrato dal vivo una persona conosciuta in internet è stato sempre piacevole, non ho mai avuto brutte sorprese, e in alcuni casi si sono creati legami importanti, tengo a ripeterlo e a ribadirlo, ma questi due racconti qui hanno decisamente saputo dar voce ad una paura, credo poco diffusa, di inserirsi in una rete e trovarsi in una dimensione parallela a quella che riusciamo a tenere sotto controllo.
Mi sono piaciuti, una lettura da ombrellone, nessun novello  Dostoevskij  per intenderci, ma dico che ne vale la pena.
Finito di fare pubblicittà all’autrice -per cui non sono pagata, assolutamente! ahahah!– dico che il prezzo di questi due librucoli è un furto!

2 commenti

Archiviato in amicizia, arte, libri, vita

Ieri sera ci pensavo mentre riguardavo per la milionesima volta The Others, non perché quel film sia un capolavoro ma semplicemente perché mi fa pensare, e così, ogni volta che lo rifanno, lo riguardo.
Però quello a cui pensavo non è che c’entri molto col film, o forse sì, chi lo sa.

Pensavo che devo smetterla di avere paura del mondo, che non capisco cos’è che mi fa paura del mondo, perché mi rifugio in questa trincea, perché non lascio spazio alle persone di farne parte.
Perché, di fatto, è così.

Qualche giorno fa, in occasione del mio trentesimo genetliaco, ho ricevuto qualcosa come 80-90 messaggi di auguri variamente distribuiti fra messaggi feisbucchiani, sms, chiamate etc.
Tutti fatti da persone che in un modo o nell’altro fanno parte della mia vita.
Senza contare le persone che semplicemente hanno dimenticato di farli, o hano evitato, possibile.

Io mi sento sola, lo so che anche questo l’ho già scritto, lo so.
E mi domando com’è possibile sentirsi soli in mezzo a tanta gente, è banale, è retorico, ma è così.

Mi domando se è verosimile un dialogo, un rapporto profondo come quello che intendo io, guardo le foto dei miei amici, dei miei colleghi, sono sempre tutti sorridenti, tutti abbracciati, tutti INSIEME.
Io, in quelle foto, non  ci sono mai.
Non credo che vorrei esserci, anche perché dovrei cominciare ad accettare inviti e ad uscire di casa.
E forse non mi va, o forse mi va, non so neanche questo.

Penso che in rete io abbia trovato invece una dimensione più mia, perché qui semplicemente si selezionano automaticamente e reciprocamente le persone con cui si ha voglia di "stare".
Ma questo è uno stare vero, reale, effettivo, o piuttosto una posizione di comodo?

Io qui ho conosciuto persone splendide, persone che mi conoscono meglio di chi sta accanto a me ogni giorno, persone reali, con un nome, un viso, un recapito telefonico, una voce, una testa, e queste persone non vorrei perderle mai, e questa è una parentesi, doverosa nella misura in cui queste parole vengono scritte qui, su questa pagina virtuale, ma poi mi domando tutto il resto com’è che funziona, se funziona bene, se funziona male, se sbaglio io, o se invece ho capito tutto.

E poi, più in generale mi  chiedo se questa vita è reale, è effettiva, o è solo una potenzialità di cose, situazioni, sensazioni, esperienze, ricordi, fatti.
Se è la pioggia che bagna o è la pioggia prima che cada.

(L’ultima frase è una libera citazione e interpretazione del romanzo omonimo di J.Coe)

6 commenti

Archiviato in autoanalisi, cinema, citazioni, dentro, lavoro, riflessioni, scazzo, scene di ordinaria follia, vita

Ne ho già parlato qualche volta se non mi sbaglio, dicevo delle mamme montessoriane di Napoli.
Da quando mi sono trasferita qui ne ho fulgidi esempi nel mio palazzo, e anche dal balcone osservo quotidianamente scene che sono un misto tra il serio e il faceto.
Si tratta principalmente di mamme giovanissime, con uno o più pargoli dall’aria scugnizza, con i capelli scarmigliati e almeno dieci chili di sovrappeso.
 
Io mi diverto sempre un mondo ad ascoltare le minacce che rivolgono alla prole, prole spesso indifferente anche a fronte di parole forti, a racconti di eventi drammatici che li vedranno protagonisti nell’immediato futuro.
Mi diverto perché ognuna ha il suo stile, ognuna riesce a personalizzare la minaccia, ognuna sistematicamente non sortisce effetto alcuno.

C’è la mia vicina che di recente, dopo una lite telefonica col suo amante tenutasi sul pianerottolo proprio sotto la mia spalancata finestra,  con tono serafico diceva alla dodicenne figlia "te facc’ ascì ‘o sang a tutt part’ " ovvero ti faccio sanguinare in ogni parte del corpo.

Ieri una donna in strada, mentre stendevo i panni, diceva ad un simpatico chiattunciello che la seguiva chiedendole cosa avesse appena detto: agg’ ritt’ che ‘e bbuscà, vien’ rint’ ca t’aggia vattr’ che tradotto significa ho detto che devi prenderle, vieni dentro che devo picchiarti.
Ed è così che la signora precedendolo apriva il portone di un palazzo, e il bambino, sereno, andava incontro al suo destino.

C’è inoltre la signora che al pianterreno ogni giorno ci lascia tormentare dai suoi nudi pargoli che scorazzano nell’androne del palazzo seguendo palloni, pedalando su bicilettine e altri affini aggeggi di tortura per le orecchie, che invece lancia urla disarticolate che  non sortiscono effetto alcuno, eppure c’è la parola magica, quella che istantaneamente riporta tutti all’ordine e al silenzio, le basta nominarla per ottenere quello che non riece ad avere in un pomeriggio di minacce truculente:
‘a cucchiarella.

Il mondo sappia che, dopo vari episodi di cui mi è capitato di essere spettatrice, la cucchiarella è di fatto la panacea di tutti i capricci degli scugnizzi napoletani.

7 commenti

Archiviato in attualità, cavolate varie, poveraitalia, racconti, scene di ordinaria follia, vita

Fa caldo, e io vivo praticamente in mutande.
Non so perché scrivo poco qui, eppure avrei tante cose da raccontare e anche un po’ di tempo libero per farlo.
Io ci sto provando a rimettermi in piedi, dopo il pianto patetico e la disperazione più nera c’è poco da fare, o mi rialzo o faccio una brutta fine, per dirla con le parole di mio padre quando, da piccola, disubbidivo e mi paventava questa tremenda fine, non si è mai capito di che genere.
Non riesco più a prepararmi un caffè decente, ormai dipendo da lui per berne uno come si deve, e il cane quasi non si regge più in piedi, mi fa talmente pena che mi arrabbio con lei.
Ieri sono tornata dalla luminare della psichiatria nostrana, mi ha spiegato in modo molto convincente che io non sono una persona malata.
Se lo dice lei ci credo, ora devo solo capire come fare a vivere, ma è questione di poco, credo.

Che fa caldo già l’ho detto, sì.

1 Commento

Archiviato in autoanalisi, cavolate varie, citazioni, dentro, musica, racconti, ricordi, riflessioni, salute, scazzo, scene di ordinaria follia, vita

Mangiare cioccolato recuperato dal frigorifero e grattarsi l’ennesimo pomfo regalato dalla  zanzara che si ostina a ronzare  intorno, sentire gli occhi che bruciano per le lacrime e il rimmel un po’ colato via.
Perdersi nel lavoro spendendo fino all’ultima energia. Oggi anche il capo che pretende l’impossibile ti sta aiutando, e  non sa quanto.
Guardare quell’uomo che ti ha dato ancora una volta la forza di tenerti in piedi e non lasciarti cadere giù, e sentire una gratitudine infinita.
E intanto il mondo continua a girare, come i mille motorini che schizzano via verso la noia di un’accaldata periferia.
Il dentifricio sta finendo, bisogna anche cambiare le lenzuola domani, e magari chiamare quell’amica a cui hai promesso almeno una visita.
Altri sorrisi, altre carezze all’anima e colpi al cuore, che batte, perché fuori sei perfettamente sana, lo sai, è ironico, lo sai.
Mens sana in corpore sano,  dicevano, ma anche se non è così si può camminare lo stesso, ne hai la prova, ne sei la prova.

Lascia un commento

Archiviato in autoanalisi, dentro, lavoro, lui, racconti, riflessioni, salute, vita