Archivi del mese: ottobre 2009

Continuo a rimpiangere il passato, rimpiango quello che non c’è stato, per colpa mia e solo mia.

Continuo a temere il futuro, temo quello che sarà, temo di perdere quello che ho, temo di non essere all’altezza delle situazioni che dovrò affrontare.

Temo di perdere i miei cari, temo di non avere il tempo di essere un po’ felice con loro.

Il presente è tutto un rimuginare ed elucubrare,
e intanto il tempo scorre.

E  nella mia vita tutto cambia per restare uguale.

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Che poi perdo pure alle primarie, wow!
Perdo nel senso che non avrei scelto Bersani.
E poi io Bersani (Pierluigi) continuo a chiamarlo Samuele, come il cantante.

né con la destra, ma nemmeno col P.C.I. 

Speriamo bene, va…

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Ho dormito pochissimo, stamani alzarmi dal letto era tutto ciò che desideravo.
Il mio umore è pessimo e non so perché. C’è un’inquietudine che non mi lascia riposare, e so che deve venir fuori in qualche modo, prima che mi ammazzi.
Passo le mie giornate a giocare al mio ristorante virtuale su feisbuc, ho persino abbandonato il pet  rosa che mi faceva tanta compagnia, quando vado a trovarlo, una volta a settimana, lo trovo affamato e pieno di pulci, lo rimetto un po’ in sesto e lo saluto.
Altra occupazione è fare la maglia, sto confezionando uno sciarpone di lana dalle dimensioni enormi, l’idea è quella di avvolgermi la sera d’inverno sul divano, ma non credo che sia pronto prima della primavera, come al solito faccio le cose fuori tempo.
E mentre sferruzzo come una novantenne, guardo e riguardo film già visti, e colgo sempre nuovi particolari nelle scene che mi erano sembrate insignificanti magari.

Qualche sera fa, mentre vedevo un film su Sky, sono stata colpita da una frase detta durante la pubblicità delle tagliatelle (che per la cronaca a me fanno vomitare), la frase diceva "per essere liberi c’è bisogno di avere radici" insomma, più o meno il concetto era quello.
Penso che quella frase sia vera, perché è proprio così che mi sento, priva di radici, e quando non hai una base a cui appoggiarti traballi, è ovvio.
La mia famiglia c’è, lo so, ma non è qui, e io vorrei un posto qui da chiamare casa, perché per me, dopo dieci anni, un posto da chiamare così ancora non c’è.
Vorrei sapere dove sarò domani, ma non ci sono  i presupposti per saperlo, e allora ogni sistemazione mi sembra provvisoria.

Ho proposto a lui di sposarci, anche se questo va contro i miei principi, ho bisogno di un punto fermo, non voglio fare la meringa, non voglio un ricevimento, vorrei solo un "gancio in mezzo al cielo" come diceva Baglioni, e il fatto che lui non lo capisca mi fa stare male.
Mi rinfaccia di avergli sempre detto che no, non volevo sposarmi, e non riesco a fargli capire che il mio non è un cambiamento di opinione, è solo un bisogno di sentire una certezza, di sapere che l’istituzione mi riconosce un diritto, che se mi dovesse capitare di andare all’ospedale e trovarmi in fin di vita sarebbe lui a decidere per me e non la mia famiglia d’origine che, per quanto mi ami, ha dei principi diametralmente opposti ai miei e non riuscirebbe mai a concepire le cose dal mio punto di vista assecondando le mie volontà.
Discutiamo spesso per questo motivo, o meglio, abbiamo discusso nei mesi scorsi, ora è calato il silenzio sulla faccenda, anche se lui sa che ci sono rimasta malissimo, non tanto per la faccenda in sé ma per come lui l’ha gestita.
Credo sia la prima volta che mi delude veramente, e mi dispiace, proprio tanto.
Forse io non capisco il suo punto di vista, lui di certo non capisce il mio, e non metto in dubbio i suoi sentimenti nei miei confronti, se potessimo sottoscrivere un PACS so che lo firmerebbe all’istante, ma è un se, all’orizzonte non se ne vede l’ombra.
Avevo solo bisogno di scriverlo da qualche parte.

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Lavo piatti,
lavo panni,
lavo pavimenti,
lavo capelli,
lavo mani,
lavo tutto.

Ho le mani piene di tagli,
perché io lavo senza usare guanti.

Perché quando lavo io levo,
levo non so cosa,
purché si lavi.

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Quando aprii questo blog, circa due anni e mezzo fa, uno dei primi post che scrissi riguardava l’incontro con una mia ex compagna di classe delle elementari (jelinek.splinder.com/post/11789610/Incontro).
Si tratta di una persona davvero splendida, si tratta di una persona che ha avuto una vita bruttissima, una situazione che adesso, col senno di poi, col distacco geografico e temporale, riesco a capire meglio, a capire quei segni che all’epoca ignoravo, riesco a quantizzare e ad avere la misura di una dimensione che era così vicina a me eppure incommensurabilmente distante.

Io penso spesso a lei, sebbene non la veda dall’epoca del post, e non abbia neanche il suo numero di telefono.
Io penso anche che anche lei pensi spesso a me, perché mia madre mi dice che chiede sempre di me ogni volta che la incontra.
Io penso a lei perché la sua è una storia triste, ingiusta, una storia che ho ignorato quando potevo fare qualcosa, poco, certamente, ma qualcosa.
Lei pensa a me e non so perché.
Io credo che il fatto che ci pensiamo significhi anche che siamo amiche, benché viviamo su due mondi opposti, perché io forse, sforzandomi, posso immaginare la sua vita, lei invece non può conoscere la mia.

In questi due anni lei si è sposata e ha avuto una bambina da pochissimi mesi.

Io lo so che l’uomo che ha sposato è un rozzo individuo, spero che le voglia bene e che la tratti bene, ma temo proprio che non sia  così.

Io oggi pensavo, mentre mangiavo la pastina col formaggino, che adesso lei ha una bambina.
Ecco, io spero che lei trovi la forza di amare con tutta se stessa la sua bambina, perché possa avere in cambio finalmente tanto amore, tutto l’amore che non ha mai avuto.

Se esistesse un dio io pregherei per lei affinché le desse la capacità  di amare, ma proprio tanto, l’esserino che ha messo al mondo.

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Giorni fa alla mia porta, tornando da lavoro all’ora di pranzo, mi sorprende una bussata grintosa, di quelle che le senti per forza.
Apro  la porta  ed ecco che mi trovo davanti la novantenne (più che novantenne) vicina di casa con  il naso sporco di cacao ed un piatto in mano coperto da piattini di plastica azzurra: "ho fatto una cosa speciale per mia sorella che torna dall’America, viene a trovarmi, e ne ho portato un po’ a voi e un po’ a tutto il palazzo.
Sono le melanzane con la cioccolata, la mia specialità".

Io ringrazio per il pensiero e lei continua "vi ho bussato perché vi ho sentito arrivare" -logica rigorosa, nulla da eccepire- gira i tacchi, taglia corto e se ne va con l’aria di chi la sa lunga, sarà la specialità a parlare per lei.

Inutile dire che non ho mangiato la specialità grondante cioccolato fuso, pinoli e chissà cos’altro, ma lui mi ha garantito che erano buone, buone davvero.
E infatti la vicina, quando sono andata a riportarle il piattino mentendo spudoratamente sul fatto che a noi  fossero piaciute tantissimo, non si è stupita per i complimenti che le ho fatto.

Quelli da parte di lui erano più che sinceri, io non avrei potuto spiegarle che per me è inconcepibile
1- mangiare melanzane e cioccolato nello stesso piatto
2- mangiare qualcosa di cui non conosco ogni singolo ingrediente
3- mangiare qualcosa prodotto in condizioni igienico-sanitarie a me sconosciute o comunque non controllabili and so on

Per il resto non ci sono grosse novità.

Il mio peso a sbalzi paragonabili a quelli del mio umore.

Sto guardando e riguardando tanti film, qualche titolo: "Sogni d’oro", "Il papà di Giovanna", "Nuovo cinema Paradiso", "Spider"…

Sto leggendo pochissimo, sono arenata su un noioso passo di Gabriella garofano e cannella e di andare avanti non mi va.

L’influenza è arrivata a casa nostra mietendo lui come prima vittima, ci nutriamo di brodini e liquidi incandescenti che lui riesce a mandare giù, con mio sommo stupore, senza subire ustioni di primo grado al cavo orale.

Sono passata ufficialmente alle maniche lunghe.
E alle caramelle balsamiche.

Speriamo che stasera diano un altro bel film.

E domani mi consegnano il tavolo che avevamo comprato più (ma molto più) di un mese fa.

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La bellezza è negli occhi di chi guarda.

E le paranoie sono tutte nella mia testa.

E io sono solo una povera gallinella.

Perché se poi la penso così non è una questione di pregiudizi, ma di fissazioni mie, mie e solo mie.

La scena si svolge fra me, lui, un collega che conosciamo da anni, qualche comparsa di poco conto.
A Napoli si dice "rubare la polpetta dal piatto" quando si intende soffiare all’altro qualcosa cui l’altro tiene particolarmente, vedi un lavoro importante, un fidanzato, una conquista etc.

Io e collega chiacchieriamo in riferimento ad un fatto accaduto poche ore prima, in cui io gli avevo dato del pennivendolo in relazione alla sua attitudine a scrivere frasi ad effetto sulle bacheche feisbucchiane di giovani fanciulle in fiore.
Lui si avvicina  e ascolta senza capire molto, il suo sguardo perplesso spinge collega a prenderlo un po’ in giro…
Dice collega (il dialogo originale è in napoletano ma io lo scrivo in italiano per comodità)
Non preoccuparti, non intendo rubarti la polpetta dal piatto
Lui bofonchia qualcosa
Io, sentendomi un’improbabile, anzi impossibile polpetta desiderabile, esclamo:
ma quale polpetta, semmai un polpettone!

Ecco che nessuno, nessuno, mi calcola, la mia battuta è caduta lì senza sortire il minimo effetto, tutti riprendono a scherzare e  a parlare.
E io resto lì a sentirmi un polpettone indesiderabile.

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