Archivi del mese: giugno 2010

Il ventiquattrogiugno il mio cane ha compiuto sedici anni.
Il ventiseigiugno la mia laurea ha compiuto
quattro -inutili- anni
.
La paura fa novanta e io mi sento nella merda.
La merda a che numero corrisponde?
Voglio giocare al Lotto.

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UN POST CHE PARLA DI CIBO, UN POST FINE A SE’ STESSO, UN POST BANALE.


Io faccio i pasti strani, specie gli spuntini, perché io quando ho fame non ho una fame generica, di quelle che ti mangeresti una fetta di carne o un piatto di spaghetti.

Io quando ho fame ho fame di una determinata cosa.

Vado dalle macrocategorie dolce/salato a quelle più specifiche del morbido/croccante, caldo/freddo, liquido/solido.

Poi c’ho dei punti fissi che mi porto dietro da quando ero bambina, e sono quelle cose che quando le mangio penso che è giusto, che è proprio quello che mi può far bene, che voglio.

Sono le cose che mangio sempre, che mi fanno sentire a casa quando le preparo, sono quelle che darei ai miei figli.

In ordine sparso:

  • cracker con formaggino: su ogni singolo cracker spalmo un quarto del formaggino in questione, con scientificità e devozione, a volte, ma non sempre, ne faccio dei micro-sandwich a due a due, sempre per il totale dei 4 cracker, ma in questo caso in ognuno va la metà del formaggino di cui sopra.

  • Pane tostato con burro: in questo caso pane rigorosamente fresco, rigorosamente mollicoso al centro e crostoso all’esterno, e tostato di più da un lato e meno dall’altro, quello su cui poi spalmo dei veli sottilissssssssssssssssimi di burro.

  • Pane e zucchero: qui la fetta va bagnata in superficie ma non inzuppata, solo leggermente inumidita sapientemente e cosparsa di zucchero, ma per cosparsa intendo lievemente insaporita, su una fetta non deve starci che mezzo cucchiaino da caffè di zucchero.

  • Mela grattugiata: nulla da aggiungere, solo che va mangiata subito, altrimenti diventa nera. E la mela deve essere non dico acerba ma di certo non troppo matura, acidula quel tanto che basta.

  • Fruttolo alla fragola. Qui siamo sulle robe industriali, ma non riesco a farne a meno.

  • Pane e pomodoro: una delle cose che mi piace di più in assoluto, la fetta di pane rigorosamente del giorno prima, non fresco, bagnata, molto, cosparsa di pezzetti di pomodoro fresco, un filo (goccioline) d’olio extravergine d’oliva e un pizzico di sale.

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La cosa strana è che, nonostante tutto questo dolore, sei viva, stai bene, fisicamente bene intendo, sei sana, non hai nulla.
Non si muore di paura, non si muore di dolore, non si muore di tristezza.

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Ho paura.

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LUI VS UNIVERSO FEMMINILE

Post molto tendente alla noia tipica di quegli aneddoti inutili che io tanto amo raccontare,  un giorno i miei nipoti troveranno il coraggio di urlarmi in faccia quanto siano noiosi.


Questi aneddoti parlano di lui.


Il mio lui è un tipo molto molto lui.

Il classico tipo che se gli chiedi di mettere un po’ di crema idratante sulle mani screpolate dal freddo tanto da sanguinare ti risponde quasi offeso, lui non fa cose da effeminati.

Ci tengo a precisare che al contempo è una persona rispettosissima delle differenze, di quello che è altro da sé, una persona che in un mondo ideale vorrebbe che gli omosessuali potessero sposarsi, avere diritti civili, figli etc.

Questo giusto per rendergli giustizia in quanto quello che ho scritto sopra potrebbe essere letto in chiave sbagliata.

Ma lui è maschio, masculo della peggior specie, lui deve mangiare assai, lui indossa tassativamente vestiti che gli compro io e che precedentemente gli comprava sua madre, perché lui non va nei negozi di abbigliamento, lui non taglia i capelli per decenza ma solo per comodità, per non dover usare l’asciugacapelli, lui, anche se è nel pieno di una crisi ipoglicemica, se c’è un sacchetto della spesa deve portarlo su, non esiste che lo tenga io, lui la scorsa settimana si è preparato un piatto di spaghetti e poi mi ha mandato il seguente sms: MI CONGRATULO CON ME STESSO, ERA UNA VERA CHIAVICA, e oltretutto ha fatto cuocere la pasta qualcosa come 20 minuti perché si era semplicemente scordato di controllare.

E la nostra vita, la nostra coppia, vive questa partizione binaria in modo compensativo: io lavo i piatti, lui porta tavolo e sedie nella camera in cui voglio vedere un film mentre mangiamo, io cerco il bello e lui mi riporta all’utile, io entro in una profumeria e lui mi trascina fuori, io ho la vagina e lui ha il pene. Non ci manca nulla.

Io ultimamente l’ho visto in un paio di situazioni che mi hanno fatto sorridere.

La prima la scorsa settimana, quando c’erano diecimila gradi e un tasso di umidità tale da aver accorciato i miei capelli di cinque cm.

Dicevo che quel giorno lì io volevo cucinare, volevo preparare la pasta al gratin che è uno dei suoi piatti preferiti, ma avevo bisogno di alcuni ingredienti, avrei potuto cucinare dell’altro, ma io volevo fare quella. E così lui è andato al supermercato da solo, a fare una spesa strana: un etto di prosciutto cotto, due etti di firodilatte, un po’ di pane per me che non mangio la pasta, magari qualche vasetto di yogurt. Una spesa che, vista e circostanziata un sé, poteva sembrare quella di un single che ha deciso di mangiare un po’ di pane e prosciutto per cena.

Ed è qui che alla cassa, mi racconta, la-Signora (definita Signora, poi pensandoci bene avrà avuto 6-7 anni più di me) che lo aveva tampinato al reparto salumeria, la-Signora che finge di perdere tempo cercando una bottiglia di vino, la-Signora che lo aspetta all’uscita e che fa la strada insieme a lui, e che gli chiede dove abita, che fa, che dice… e lui che intanto si chiede cosa desideri la-Signora, e che quando lui risponde fa domande ancora più serrate tanto da fargli tirare fuori persino qualche frase oltre che qualche monosillabo. La-Signora che ad un certo punto avrà immaginato di essere brutta, grassa e vecchia se questo bel trentenne non le chiede neanche di andare a prendere un caffè, non le chiede neanche come si chiama, non le chiede neanche quali siano i suoi hobby, non le fa neanche un saluto galante. E lui che quando sale da me mi domanda cosa possa aver voluto la-Signora da lui, quando io gli faccio un paio di domande e scopro che lei tanto Signora non era, e che parlava al singolare di abitare un paio di isolati più avanti rispetto a casa nostra, e che gli faceva domande personali, e che lo ha tampinato e seguito, e che, alla fine glielo dico, ci ha spudoratamente provato con lui, gli si palesa tutto, e al mio accenno di gelosia risponde con tono volutamente melodrammatico: io sono stato violentato emotivamente!

Ma passiamo alla seconda puntata, quella che lo vede nudo davanti alla porta del bagno, lui che fa rumore con le mie boccette varie e mugugna a denti stretti mentre l’acqua della doccia scorre via. Lui che legge con aria stranita, e mi domanda, al mio accorrere, un po’ irritato dove sia finito il suo shampoo, gli faccio notare che era finito, il giorno prima avevo buttato via la confezione vuota, ma può tranquillamente usare il mio se vuole, e lui mi fa: ma questo è per capelli ricci, e quello è per capelli crespi e sciupati, e l’altro è… e io mica ho i capelli crespi,o sciupati, o ricci, ma insomma, tuonando alla Zeus, in questa casa non si compra mai uno shampoo per me!

E intanto sono passati giorni e giorni, e il mio shampoo per capelli crespi sta finendo, ma lui lo shampoo per sé non l’ha mica comprato. Questo per dire che tutta la sua attenzione al prodotto non era che un interesse momentaneo, immantinente decaduto alla fine della doccia stessa.


Poi lui mi dedica questa roba qui e io non ho nient’altro da aggiungere:

Su di me si dev’essere detto che dopo la morte di Gesù mi sono pentita di quelli che chiamavano i miei infami peccati di prostituta e mi sono convertita in penitente per il resto della mia vita, e questo non è vero. Mi hanno innalzato nuda sugli altari, coperta solo dai capelli che mi scendono fino alle ginocchia, con i seni marci e la bocca sdentata, e se è ovvio che gli anni passati hanno finito per rinsecchire la liscia morbidezza della mia pelle, è successo solo perché a questo mondo nulla può prevalere sul tempo, non perchè io avessi disprezzato e offeso lo stesso corpo che Gesù ha desiderato e posseduto. Chi ha detto quelle falsità contro di me non sa nulla dell’amore. Ho smesso di essere una prostituta il giorno in cui Gesù è entrato in casa mia portando con sé la ferita al piede perché io la curassi, ma di questi prodotti dell’uomo che chiamano peccati di lussuria io non dovrei pentirmi affatto se è stato come prostituta che mi ha conosciuta il mio amore e, avendo provato il mio corpo e saputo quello di cui vivevo, non mi ha voltato le spalle. Quando davanti a tutti i discepoli Gesù mi baciava una e più volte, loro gli chiedevano perché amasse me tanto più che loro, e Gesù rispondeva: “Da cosa dipende che io non vi ami tanto quanto amo lei?” Loro non sapevano cosa dire perché mai sarebbero stati in grado di amare Gesù con lo stesso assoluto amore con cui io lo amavo. Dopo la morte di Lazzaro, la disperazione e la tristezza di Gesù furono tali che, una notte, sotto le lenzuola che copriva le nostre nudità, io gli ho detto: “Non posso raggiungerti dove sei perché ti sei chiuso dietro una porta impossibile da aprire con forze umane”, e lui ha risposto, lamento e gemito animale che si è nascosto per soffrire: “Anche se non puoi entrare, non ti allontanare da me, tieni sempre stesa la tua mano anche quando non potrai vedermi, se non lo farai mi dimenticherò della vita, o lei mi dimenticherà”. E quando alcuni giorni dopo, Gesù si era ricongiunto con i suoi discepoli, io, che camminavo al suo lato, gli ho detto: “Guarderò la tua ombra se non vorrai che guardi te”, e lui ha risposto: “Voglio trovarmi dove si trova la mia ombra se è lì che saranno i tuoi occhi”. Ci amavamo e ci scambiavamo parole come queste, non solo perché belle e vere, se è possibile che una cosa sia l’una e l’altra allo stesso tempo, ma perché avevamo il presentimento che il tempo delle ombre stesse arrivando ed era necessario che cominciassimo ad abituarci, ancora da uniti, all’oscurità dell’assenza definitiva. Ho visto Gesù resuscitato e in un primo momento mi è sembrato che quell’uomo fosse il giardiniere del suo tumulo, ma oggi so che non lo vedrò mai dagli altari su cui mi hanno messa, per quanto possano essere alti, per quanto possano essere vicini al cielo, per quanti fiori e profumi li possano adornare. Non è la morte che ci ha separati, ci ha separati per sempre la stessa eternità. In quel periodo, abbracciati l’uno all’altra, unite le nostre bocche nello spirito e nella carne, né Gesù era allora quello che di lui si diceva, né io ero quello per cui mi schernivano. Gesù, con me, non è stato il Figlio di Dio, e io, con lui, non sono stata la prostituta Maria Maddalena, siamo stati soltanto quell’uomo e questa donna, tutti e due tremanti d’amore e su cui incombeva il mondo come un avvoltoio sbavante sangue. Hanno detto alcuni che Gesù avesse eliminato sette demoni dalle mia interiora, ma anche questo non è vero. Quello che Gesù ha fatto, invece, è stato svegliare i sette angeli che dormivano nella mia anima in attesa che lui arrivasse a chiedermi cure: “Aiutami”. Sono stati gli angeli che gli hanno curato il piede, sono stati loro che hanno guidato le mie mani tremolanti e hanno ripulito dal pus la ferita, sono stati loro che mi hanno messo sulle labbra la domanda senza la quale Gesù non avrebbe potuto aiutare me: “Sai quello che sono, quello che faccio, di cosa vivo”, e lui ha risposto :”Lo so”, “Non hai dovuto guardare e già sapevi tutto”, e lui ha risposto: “Non so niente”", e io ho insistito: “Che sono una prostituta”, “Questo lo so”, “Che vado a letto con uomini per denaro”, “Sì”, “Allora sai tutto di me” e lui, con voce tranquilla, come la superficie liscia di un lago mormorato, ha detto: “So soltanto questo”. Allora io non sapevo che si trattasse del figlio di Dio, né tantomeno immaginavo che Dio potesse volere un figlio, ma, in quell’istante, con la luce illuminante della comprensione dello spirito, ho capito che solamente un vero Figlio dell’Uomo avrebbe potuto pronunciare quelle tre semplici parole: “So soltanto questo”. Siamo rimasti a guardarci, non ci siamo neanche accorti che a quell’ora gli angeli erano già andati via, e da quel momento in poi, nelle parole e nel silenzio, nelle notte e nel giorno, nel sole e nella luna, nella presenza e nell’assenza, ho cominciato a dire a Gesù chi io fossi, e mi mancava ancora molto per arrivare al punto più profondo di me stessa quando l’hanno ammazzato. Sono Maria Maddalena e ho amato. Non c’è altro da aggiungere. (José Saramago)

 


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….e ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta.

 col tuo ordine discreto dentro al cuore…

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Un bel periodo di merda, non c’è che dire…

Un attacco di panico di quelli da farti decidere -immantinente-  di non mettere mai più piede in quel determinato posto, e in contemporanea di non voler più sopportare un dolore così grande, troppo, troppo da pensare che possa ricapitare, troppo da poter convivere con la paura, anzi la certezza, che se è successo riaccadrà, e ti senti quasi un supereroe a pensare di non essere morta lì, quasi una miracolata, quasi di essere scampata ad un disastro ambientale, ad un terremoto, ad una guerra.

Non riesco a credere che sia finito, che le gambe abbiano smesso di tremare, che quell’odore, quel sapore in gola, quella stretta al petto siano finiti, non ci siano più.

Sono passate più di due settimane, ma sono ancora incredula e provata, e annientata, finora non ero riuscita neanche a parlarne, neanche qui.

Le persone che mi stanno intorno non possono fare nulla, nessuno può farci nulla, e mi sento così disperatamente sola, credo che sia qualcosa che nessuno può capire, anche chi l’ha provato non può capire il dolore di un altro.


E poi l’altra paura, quella della malattia, quella che ti porta a farti fare esami e controlli perché se dovesse essere positivo il responso potresti morire, a breve, e dopo robe decisamente poco piacevoli.

Ma quella per fortuna è andata bene.

Le mie tette sono ancora qui, ancora intere, ancora due, quando mi ero rassegnata a perderne almeno una, ma pare che siano sane, pulite come ha detto quel tizio che me le ha fracassate!


Ora ho una ricetta medica per un accertamento al reparto di salute mentale, ma io non ci credo più.

Andrò più per far piacere a lui, ma a me sembrerebbe più utile lanciarmi dal quarto piano dell’azienda in cui lavoro.

Lo so che sembra una contraddizione temere di morire per un cancro e desiderare di liberarsi dal fardello della sofferenza dell’anima, ma non è così.

Io non volevo essere portata via da una malattia da incubo, io, quando morirò, vorrò sentirmi libera.

 

 


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