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Fondamentalmente d'estate sono triste, lo sono sempre stata, ancor più se c'è un motivo per esserlo. Col caldo tutti i fastidi causati dalla malattia stanno prepotentemente mettendo alla prova il mio umore ballerino, i miei nervi già provati, la mia (in)stabilità psicofisica. 

Per giunta nel mio palazzo sembra che d'estate sia tremendamente urgente fare lavori di ristrutturazione ogni mattina, e così, dall'alba, si sentono risuonare trapani, martelli e altre diavolerie di cui non distinguo il verso e di cui non conosco l'uso.

E però qui ci vuole una reazione da parte mia, perché pare che se mi lascio andare la risposta immunodepressiva (così dicono) può farmi star peggio, e io non voglio star peggio, credo che questo non voler stare male già basti come spunto per ripartire.
Se non ci fosse un'afa avvilente e i rumori e l'idiozia della gente sarebbe tutto molto più facile.
Perché non posso non rimanere male se qualcuno mi dice che sì, c'è un'altra ragazza che ha la mia stassa malattia, però lei ha due bambine piccole e quindi… come se la mia vita, poiché non sono madre, valesse di meno, come se io soffrissi di meno, come se io fossi meno importante, come se i miei sogni, il mio fturo, le mie speranza fossero tutti in secondo piano perché non sono madre. 
Mi ha sempre fatto molta rabbia questo modo generalizzato di giustificare fatti, cose e persone in virtà di un'eroica maternità.
Nessuno neanche lontanamente ad immaginare che forse io, anche solo per questo, mi sento già mortificata, e non sto dicendo che avrei fatto un figlio adesso, no, sto dicendo che però, se volessi, non potrei, e penso che questa cosa sia già di per sé sufficientemente dura da mandare giù, sarebbe meglio evitarmi certe mazzate. 

Sono cresciuta guardando al futuro con fiducia, speranza, propositività, ho sempre pensato che l'impegno, le capacità, il valore e tutte quelle cose belle avrebbero portato qualcosa, avrebbero avuto giustizia, e scopro che non è così, che il futuro ci toglie, che la vita ci mortifica, perché nel cuore della tua vita scopri che sarà tutto molto più difficile del previsto, e per te, che non hai neanche il conforto della fede, della dimensione trascendentale, dell'illusione post mortem, è dura da accettare che non solo sia tutto qui, ma che, per giunta, sia proprio così.
E allora ti aggrappi a quelle cose che ti hanno tenuto in vita: l'amore, gli affetti, l'humanitas, la tensione verso la giustizia, l'onestà e tutte quelle altre belle parole, l'arte, la letteratura, la musica, il cinema…  e però è difficile, è  dura se ogni giorno poi devi fare i conti con un lavoro che ti mortifica, e la gente che non capisce, e la malavita che ti impedisce di scorgere un senso di giustizia nelle cose, e la spazzatura per le strade, e le persone che ti amano che non sanno come starti accanto.

Perché stare accanto a me non è mai stato facile, stare accanto a me adesso è qualcosa che supera i limiti delle umane possibilità di buoan riuscita.
 

E un futuro invadente, fossi stata un po' più giovane, l'avrei distrutto con la fantasia, l'avrei stracciato con la fantasia…

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Sempre sonno, tanto sonno, troppo sonno.
Giornate che passerei a dormire, sarà la primavera.
Che fretta c'era, maledetta primavera?
Che fretta c'era se quest'annno i miei mesi preferiti li ho trascorsi chiusa in casa a leccarmi le ferite? 
Fame, sempre fame, mangio e lievito, mi vedo enorme, sono enorme, aiuto!!!
Ho tanti desideri materiali, quelli che non ho avuto mai, voglio l'iphone, ok, l'ho detto, ben inteso che non lo comprerò mai, e voglio uno smalto che sia rosa, ma proprio rosa-rosa, come quelli che non trovo mai in profumeria. E poi voglio una biscottiera da mettere sulla credenza.
Bisogno di solitudine, di silenzio, di stare con me, sola, a pensare a capire, ad ascoltarmi, a indicarmi la strada.
E le figlie delle amiche, così belle e così profumate e quella paura che il corpo mi tradisca proprio lì, mentre quelll'esserino è nelle mie mani, paura di farlo cadere, di non riuscire a tenerlo, non so badare a me stessa, mi sembra impossibile avere un'altra vita in mano.
E la rimando al mittente, ho anche l'alibi perfetto per non averne di miei, e invidio quel filo che le unisce, loro, mamma e figlia, e capisco che fra di loro c'è qualcosa che non avrò mai con nessuno, e che invidierò sempre. 
Vorrei cambiare la mia vita, tutta, tutta, e mi manca il coraggio per farlo, e ci penso e vorrei, non vorrei, ma se poi… poi, poi, poi chissà. 

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pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano il tempo che trovano

Non credo che la gente cambi così, di colpo, neanche a fronte di una brutta notizia né di un evento che, nel bene o nel male, sconvolge completamente la vita.
O almeno posso dire di non crederlo adesso che ci sono dentro.
Fino a poco fa avrei giurato il contrario, e, nei deliri dei momenti peggiori ho addiritura sperato che succedesse qualcosa che mi scuotesse, fosse pure un lutto, un evento drammatico.
Pensavo che se fosse successo qualcosa che mi avesse aperto gli occhi sulla vita, sulla condizione umana, sulla mia vita, sulle mie ore, io sarei riuscita a viverle degnamente quelle ore  e questa vita.

Pensavo… credevo… immaginavo…sbagliavo.

Ora una cosa è successa, forse peggio di quelle che mi aspettavo, e questa notizia non mi ha cambiato, non ha cambiato il mio modo di vedere la vita né di vivere.
Mi ha semplicemente aiutato a trovare me stessa e a conoscermi un po' meglio, ma solo un po'.
Le mie paure, le mie ansie, i miei difetti, tutto resta lì, continua a farmi compagnia anche se soffocato in un angolo da una compagna più ingombrante e invadente.

I giorni del pianto e dello stridor di denti stanno scivolando via, e in fondo è giusto che ci siano stati, giusto nella misura in cui non credo avrei saputo evitarli e, tutto sommato, posso dire che non li ho vissuti troppo male.
Ora, incassato il colpo, mi devo rialzare, devo cominciare a camminare, devo riprendere a fare le cose, e fra le cose ce ne sono di importanti e meno importanti, c'è da sapere dove vivrò nei prossimi anni, che se il governo ce lo concede ci inseriamo in qualche graduatoria più libera, c'è da fare l'amore più spesso con l'uomo meraviglioso che ho accanto e che è stato sempre qui, a tenermi la mano, anche quando con le mani avrei voluto strapparmi i capelli, c'è da chiamare un po' di amiche che hanno avuto bimbi meravigliosi e io voglio fare la zia che regala le caramelle, c'è da portare mia madre in un centro commerciale e sentirle dire che le gira la testa, già lo so che lo farà, c'è da imparare a mangiare quello che mi fa bene evitando quello che mi fa male, ma un gelatone con la panna io lo comprerò e lo mangerò tutto, c'è da viaggiare, c'è da fare un po' di ginnastica e tagliare i capelli, ma non troppo, e c'è da andare al cinema e a teatro, e ai concerti e al mare, e c'è da imparare a dire che ho una malattia che ha un nome, sclerosi multipla si chiama, non ha senso non nominarla mai, e c'è da imparare anche qualcosa su di lei, perché questo mio non volerla conoscere non serve a nulla, devo conoscere bene un nemico da sconfiggere.

Ma io non voglio fare la guerra, non sono il tipo, voglio affrontarla come posso, facendole capire che magari ha anche ritenuto di farmi compagnia ora e domani e anche dopodomani, ma non può farla da padrona, eh no cara mia!
Qui c'è stato posto per te, ora lascia un po' di posto per me e lasciami in pace, i conti facciamoli di volta in volta e se qualche giorno ti va io me ne sto a casa a riposare, come vuoi tu, ma, per il resto del tempo, lasciami libera di scordarmi di te, non sei l'unica cosa che ho lo sai?

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DE VULGARI ELOQUENTIA


Jelinek ultimamente è stata un po' incazzata, ok.

Incazzata con la vita, col mondo, con le malattie, con se stessa, diciamo un po' incazzata e basta.
Ad oggi non è che sia meno incazzata, ma è anche un po' stanca, a tratti depressa, a tratti fiduciosa, a tratti rassegnata, a tratti non si sa, ma non è questo che ci interessa adesso.

L'argomento di pertinenza è appunto il parlar volgare, dove per volgare Dante intendeva una cosa, Jelinek ne intende un'altra, ma, sostanzialmente ci si riferisce al meraviglioso mondo della lingua e delle sue possibilità.

Infatti in queste settimane la sottoscritta si sta rendendo conto di quanto per esempio il partenopeo vernacolo sia tremendamente espressivo, e riesca a dire, in un'unica espressione, delle cose complicatissime, non per il concetto in sé espresso quanto più per tutte le sfumature con cui ogni singola espressione si colora e si arricchisce.

Jelinek può, ad onor del vero, vantare una serie di frequentazioni tali da porla al confronto con campioni di portata eccezionale, a partire dal suo compagno che infatti viene qui citato per la prima delle espressioni di cui lei si è appropriata e di cui attualmente non riesce a fare a meno non trovando, in italiano, un corrispettivo altrettanto soddisfacente ad esprimere appunto quella determinata cosa, quel preciso concetto, a delineare la fattispecie della questione in modo in sé esaustivo.

Prima in ordine rigorosamente casuale è quindi l'espressione: nun teng genj che, tradotto alla lettera, sta a dire “non ho voglia di”, eppure non tenere genio non equivale assolutamente a non avere voglia di fare/mangiare/ascoltare qualcosa, non tenere genio è più sottile del non avere voglia, non tenere genio significa non avere l'animo, il corpo, la mente predisposta a quella determinata cosa, è qualcosa di più complesso della voglia, di meno definito, più vago e, allo stesso tempo, più specifico.
Se tu hai voglia di mangiare un gelato senti il desiderio fortissimo di mangiarlo e basta, ma magari se sei a casa, fa freddo, hai un budino in frigo e un leggero mal di testa , ti accontenti e ti fai passare la voglia con quel surrogato o qualcosa di simile, ma se hai genio vuol dire che avrai anche il coraggio, con 3 gradi sotto zero, di vestirti, scendere di casa, arrivare fino alla tua gelateria di fiducia e sapere già quale sarà il gusto che chiederai per il tuo cono, e, in particolare, quale quello che chiederai per primo in modo che rimanga in fondo e sia il gusto predominante.
Alla fine ti sentirai soddisfatto, appagato e sereno e dirai: tenevo proprio genio, e lo rifaresti, come se lo rifaresti!


Un'altra espressione che mi piace tantissimo è scinn 'a cuoll, ovvero scendi di dosso, sempre volendo dare per prima la traduzione letterale.
E anche qui non è mica così semplice? Innanzitutto questa frase va detta in una situazione specifica, non è adatta ad ogni persona più o meno azzeccosa, no, scinn ' cuoll si riferisce a chi ci sta addosso in maniera insistente fastidiosa, pesante, ha in sé un senso di liberazione enorme, è già indicativo del sollievo che si proverà alla fine della persecuzione da parte della persona/situazione che sta così insistentemente mettendo alla prova la nostra pazienza nonché la nostra voglia di occuparci di una particolare faccenda! Oppure si può riferire sempre ad una persona la cui frequentazione è pesante, morbosa, irritante, opprimente.
Il classico corteggiatore insistente, l'amica che ti chiama solo quando ha bisogno ma che, se ti chiede un favore, non la smette di inviarti sms, chiamate, mail etc fino a che non l'avrai esaudita, una madre troppo apprensiva e iperprotettiva, una suocera ficcanaso e maleducata, ecco, sono queste le persone a cui si dice, facendo seguire all'espressione un profondo e rumoroso sospirone di sollievo, scinn 'a cuoll!

Questa invece l'ho usata oggi per la prima volta, ma ha sortito immantinente l'effetto desiderato, a prova della sua efficacia: vuo' rà 'na capat?
Dare una capata si riferisce solo ed esclusivamente a cose che si stanno mangiando, offrire una capata equivale a offrire un po' di quello che si sta mangiando.
Ma non si può confondere la cosa liquidandola con un po'.
La capata per esempio non è uno spicchietto di pizza o un pezzetto di panino.
La capata riguarda l'atto in cui tu cedi momentaneamente il tuo cibo nelle mani dell'altra persona la quale affonderà in giù la testa tuffandosi in quello che stai mangiando e prendendone una parte sostanziosa e preferibilmente localizzata in posizione centrale.
La capata per esempio è la mia ancora di salvezza ogni volta che sono a lavoro e non riesco a finire il mio pranzo/cena durante la pausa, è lì che mi soccorre il mio amato amante portando via con un morso quasi la metà della mia marenna (altra espressione tipica per indicare un panino che sostituisce un pasto) dandomi la possibilità di finirla prima che il cronometro della pausa segni l'odiato e temuto extra time!
La capata ti porta via quasi mezzo panino e buona parte del contenuto, ti libera dall'angoscia di quel morso carico di cibo che difficilmente riusciresti a gestire senza sbrodolarti e sporcarti i vestiti. Per la capata serve però un amico maschio molto vorace e disposto ad attendere pazientemente il momento in cui tu, con gli occhi di Bamby, gli chiederai aiuto.


Riporto infine un'altra espressione che secondo me merita, ovvero fa' 'o cess'. Modo molto colorito per invitare l'altro al silenzio non inteso come silenzio e basta, ma come atto di zittire chi sta dando fastidio o sta mettendo in dubbio le nostre potenzialità, peggio ancora ci sta mettendo in difficoltà o sta, in qualsiasi modo, comportandosi male nei nostri confronti.
Quando l'avremo avuta vinta con particolare evidenza potremo dire allo scocciatore di turno di fare il cesso, ovvero di stare zitto a meditare sulla sua pochezza e mediocrità, nonché sul suo squallore. Ecco, invitare a fare il cesso equivale a dire a una persona fai quello che meriti, ovvero stare zitto e dileguarti nel più breve tempo possibile conscio dello schifo e del disprezzo che suscita nell'altrui considerazione.
Questa non l'ho ancora mai detta, eppure a mio parere ci sono momenti in cui calzerebbe a pennello!

 

Insomma, dopo questo breve excursus sulla lingua partenopea contemporanea torno alle mie inutili faccende, c'è il libro di Ovidio che sto leggendo che mi guarda perplesso alla mia destra e il collage con gli scrittori che mi osservano inquietati di fronte a me. Ma oggi questa roba qui tenevo proprio genio di scriverla!!!

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Esiste al mondo qualcuno a cui piace il panforte?
Me lo cheido in quanto me ne hanno regalato uno e non so a chi sbolognarlo.
Io non l'ho mai mangiato, ma la sola descrizione mi dà la nausea.

Ecco, voglio parlare di questa roba qui, perché ultimamente sono molto frivola, e va bene così, che tanto i brutti pensieri li facio continuamente anche se il medico mi ha prescritto di non farli, ma cerco di esorcizzarli con pensieri leggeri, stupidi, inutili.
Oggi sono stata in profumeria e ho comprato un nuovo rimmel e un rossetto, e adesso mi macero nel dubbio circa il nuovo profumo da comprare visto che col precedente sono a raschiare il fondo.
Si accettano suggerimenti.

Ho persino comprato la carta igienica con le margherite che profuma di camomilla, l'ho pagata un occhio della testa e le battute scurrili del mio lui.

Ho deciso di tagliare i capelli, sono lunghissimi ormai e non hanno una forma decente.

E anche le mie mani sono sempre ben curate, ho uno smalto nuovo quasi ogni giorno.

Mi prendo in giro come vuolsi dove si puote ciò che si vuole e io più cerco di non dimandare.

Leggo, tanto, la meravigliosamente sublime Virginia. E altre robette di tale portata che penso che davvero quella gente lì che le ha scritte è geniale.

Recito, gioco al gioco delle parti, questa è la mia adesso, e quindi devo scrivere anche qui che sto bene, e sono tutti più contenti, io sto bene.
Non  mi faccio domande, il futuro non mi spaventa, non tremo ad ogni sintomo reale o immaginario, ho voglia di fare tutto, ho voglia di ridere, di uscire, di divertirmi e mi interessa tutto.
E, soprattutto, non sto facendo il conto alla rovescia per quando rientrerò nel tubo.

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Chi mi conosce nella vita reale dice che l'ho presa bene.
Chi mi legge in queste pagine virtuali dice che l'ho presa male.

Qualcuno si stupisce nel vedermi camminare in posizione eretta.
Qualcun altro minimizza e mi chiede perché non faccio un figlio ora.

C'è chi si preoccupa sul serio e chi mi squadra da capo a piedi per vedere quanto sono dimagrita.

Ci sono i giorni in cui non uscirei di casa neanche per comprare il pane e altri, come oggi, in cui è stato bello uscire, andare in libreria, comprare tanti (troppi) vestiti e poi a casa misurarli tutti di fronte allo specchio, e poi è stato bello stare con lui, e cucinare per lui, e mangiare insieme e fare sesso sotto al piumone al caldo in una camera che sembrava l'interno di un congelatore, e adesso accoccolarmi sul divano per vedere un film.

E sarà per le giornate come questa che vivrò.
Per quelle buie sopravviverò aspettando che passino.

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Sono stanca.
Vorrei essere coraggiosa,
vorrei non dover essere coraggiosa.
Vorrei avere la forza di affrontare le cose con serenità.
Vorrei smettere di sentirmi in colpa e giudicata da tutti.
Vorrei non sentire sempre il peso di un dovere universale, di una responsabilità illimitata, di un essere accondiscendente nei confronti delle aspettative che credo gli altri abbiano nei miei confronti, e che probabilmente non hanno per giunta.
Vorrei trovare pace, e un po' di serenità.
E vorrei non sentirni in colpa pesino di scrivere queste cose qui, nel mio diario.
Vorrei tante cose che ho sempre voluto, che mi sono sempre ripromessa, che ho sempre anelato, ma credo che se non è cambiato nulla finora difficilmente in futuro cambierà, e starà a me riuscire o meno a rassegnarmi.
Perché deve essere sempre tutto così difficile?
Per una volta, una buona volta, non potrebbe andare tutto liscio da sé?
Per un po', non per molto… eppure sembra così improbabile.

 

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