Archivi del mese: dicembre 2009

C’è in gioco proprio il coraggio di esistere, di essere.
L’ente inteso come matrice della propria identità.
E il riflesso dell’altro da sé diventa uno specchio di sé, privo del filtro attraverso il quale ci si è abituati a guardarsi, e magari ad accettarsi.
Farsi guardare, vedersi senza la maschera è un atto di coraggio.
Lui per esempio è un uomo coraggioso; io no.
Lo capisco dal modo che ha di guardare le persone.
Io no, io mi nascondo dietro una gestualità evidente, una coltre di parole, fatti, risate che mi proteggono.
Tanto fumo per oscurare un po’ di arrosto.

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E anche quest’anno è nato gggesù, siamo tutti più bbbbuoni e decisamente più chiatti (chiatto= grasso in napoletano, per chi non lo sapesse).
Il fatto che ogni anno la nascita di un personaggio storico debba costringere TUTTI a vivere un periodo di stress, consumismo, auguri obbligati et similia è secondo me una violenza, una violenza ai danni di chi, come me, non ci crede.
Allo stesso modo vorrei festeggiare l’anniversario della nascita di Beethoven o di Carlo Magno, o di Hemingway, col cazzo che tutti mi permetterebbero di fare questo po’ po’ di casino che invece io, non credente, devo subire.
Ma comunque ce l’abbiamo fatta anche quest’anno come dicevamo.
Ieri sera ho detto tante di quelle robe blasfeme che se esistesse il boss lassù sarei dovuta morire seduta stante soffocata da un torroncino ricoperto di cioccolato fondente, anche se c’è da dire che lui è bbbuono e forse forse mi perdona, o semplicemente non mi calcola neanche di striscio.
Che poi io, nei giorni in cui tutti hanno l’abbuffata canonica, mangio sempre pochissimo, perché già il solo fatto di essere circondata da tanto cibo mi dà la nausea, oggi sono passata dall’antipasto al secondo e infine al dolce e al caffè, considerando che per secondo intendo una delle 82.000 portate di carne che mi sono passate sotto il naso propinate da madre/nonna/zia tutte intente a preoccuparsi che la mia pancia non corresse il rischio di non esplodere, e con la mia quella di tutti gli altri commensali.
Quest’anno la mia famiglia ha avuto una new entry meravigliosa, parlo nienepopodimeno che del fidanzato ufficiale della mia cuginetta poco più che diciottenne.
Io pensavo wow, e lo guardavo, e pensavo ancora wow e poi mi dicevo povera lei, e poi pensavo povero lui, e poi pensavo poveri noi e poi non pensavo più. E adesso penso che da cotanto individuo potevamo avere moooolto di più, e invece l’abbiamo sfruttato poco come attrattiva della giornata.
Ora sono qui a casa mia, ho fame, anche se ho appena mangiato un tramezzino, e vorrei dire a lui che entrare nella stanza in cui sono al pc, accendere la tv e sintonizzarsi sui Simpson con un volume altissimo è una mancanza di rispetto per me che sto imbrattando una pagina web.
Oggi sono decisamente più antipatica del solito, eccheppalle.
Ops! Dimenticavo:


Buon Nataleeeeeeeeeeeeeeeeee

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Una libertà senza vita non è una libertà.
Una vita senza libertà non è una vita.

La paura ti toglie la libertà di decidere.

(A. Amenabar)

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Potrei scrivere il solito post di odio per il Natale, per questa corsa sfrenata al do ut des dei regali, alle strade piene di traffico, ai negozi affollati, ma ci pensa già la pioggia a stroncare le intenzioni dei più di girare per mercati e mercatini, e il mio ghigno malefico ne trae vantaggio.

Potrei scrivere un post di indignazione contro il governo, ma mi limito a pensare che il gotico sia stata una cosa ottima, un edificio barocco avrebbe avuto forme troppo arrotondate (questa l’ho copiata da un collega- tanto per essere onesti).

Potrei parlare del fatto che pensare al cibo ultimamente mi causa reazioni simili a quelle che avrei se avessi saltato le mestruazioni un paio di volte, e mangiare una pizza pensando per tutto il tempo a come sarebbe stato vederla al contrario non è quello che decisamente io chiamo "gustare".

Potrei raccontare di come nel cuore della notte siamo stati svegliati dall’infermiera della vicina di casa ottuagenaria che ha sbagliato portone e di come lui sia svenuto in bagno e abbia risposto, alle mie intenzioni di soccorrerlo, con un deciso No Amore,no pretendendo di rialzarsi da solo e rimettersi a letto senza essere sostenuto dalla mia fragile manina.

Potrei parlare di tante cose, ma devo andare a lavoro, e mi rompo tremendamente di ascoltare quella miriade di clienti che stanno lì ad attendere il loro turno per lamentarsi.

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Quando ero giovane, e per giovane intendo quando ero una fanciulla ingenua e curiosa, una cosa che mi impressionava molto era sentire l’insegnante che diceva "la monaca di Monza fu murata viva".
La parola murata mi risuonava in testa terribile in quella che a me pareva un’onomatopeica descrizione di una condizione irreversibile e drammatica.

La prima cosa a cui pensavo era come avrebbe la sventurata risolto  il problema della pipì; già perché io immaginavo che la donna fosse murata in uno spazio minuscolo alto quanto lei e profondo non più di mezzo metro.
E sì che mica all’aria che mancava, o alla fame, o alla sete, o a qualsiasi altra cosa… io mi chiedevo come avrebbe potuto  risolvere il problema pipì.

Le mie domande non avevano risposta e preferivo, dopo un po’, non pensarci.
Poi, dopo anni, ci ho ripensato alla condizione del "murata viva", perché ho finito-per-finirci io stessa, da sola, costruendo da me la gabbia, o meglio il muro, alzandolo mattone dopo mattone, con ogni singola mia paura, alto, spesso, tutto  intorno a me.
E questa condizione di murata viva si è risolta troppo, troppo, troppo spesso in una sciagurata claustrofilia.
Poi ci sono sere, come questa, in cui sto bene, ma proprio tanto bene, e questo perché? Perché sono uscita, e non per le singole commissioni o per andare a lavorare, no, nulla, nessun necesse est, sono uscita per puro piacere, per andare a teatro, e ho corso fino alla macchina sotto la pioggia senza ombrello, e poi a casa ho mangiato la pizza, e poi mi son tagliata un dito col guscio di una noce, e respiro, e sorrido e sto bene.

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Mi è venuto proprio bene questo caffè, forse un tantino dolce, ma va bene anche così.
Mi arrabbio col fruttivendolo che alla mia richiesta di un kg di mele gialle me ne ha dato per forza unchiletré.
Mi viene voglia di dormire, e anche un po’ di fumare.
Mi va anche di studiare, poco invece di parlare.
Questa sera l’ultima replica del mostro di Firenze, e devo assolutamente comprare il libro che mi consigliavano qualche post più giù.
Dopo il lavoro mi sono intrattenuta un po’ col portiere e l’autista della navetta che ci porta a lavoro dal parcheggio, penso che il campionario umano che sto conoscendo in questi anni potrebbe fornirmi materiale per scrivere centinaia di racconti.
Ed ora son qui che canticchio Le strade di lei di De Gregori adattandola a  Le strade di Ciro, nel racconto mirabolante dei suoi percorsi per giungere in ogni dove finendo immancabilmente col perdersi.
Il mio sogno erotico attualmente è Max Manfredi.
L’ho detto anche a lui, anche se non credo mi abbia preso troppo sul serio.
Eppure non riesco a non trovarlo tremendamente affascinante in questa performance:

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Due cose veloci:
1- Ho scoperto cosa vuol dire il siculo "minchia".
Giuro che io non lo sapevo cosa significa, e sì che a volte l’ho anche detto.
Pensavo fosse una parolaccia, ma non avevo mai, mai, mai saputo a cosa corrispondesse, né me lo ero mai chiesta.
Ora il mio nozionismo ha una perla in più.

2- Durante una sosta in un ascensore bloccato, al cospetto di tre fanciulle in preda a crisi isteriche e voci stridule, io, me medesima, la sottoscritta, ho tenuto la calma e ho tranquillizzato le altre.
Dice lui che è un evento epocale.
E siccome andava ricordato l’ho scritto qui.

Che poi qui mi viene in mente una terza cosa: a Napoli l’ascensore è femminile, non di rado, se un ascensore è rotto, c’è sopra appeso il foglietto con scritto guastA, oppure, nell’attesa, ti chiedono se l’hai prenotatA.
Per la serie "mio figlio Fernandello diventerà un ottimo ballerinAH"

Ciao.

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