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E' che non sono sicura di ispirare simpatia all'orso polare, altrimenti avrei già traslocato al Polo Nord…

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Penso al messaggio anarchico del benzinaio oggi.
Di quel ragazzo bellissimo venuto da chissà dove.
L'accento era quello dell'est, potrebbe essere, anche se il colore della pelle diceva tutt'altro.
E mentre di buona lena sbrigava i suoi compiti, chiacchierava con noi e il fruttivendolo che gli aveva portato un'anguria in regalo.
E mi ha detto una cosa molto saggia: "sa signora dov'è che si sta bene? In Antartide, perché lì nessuno comanda".
E io penso che lui sa dire Antartide in italiano, io in inglese per esempio non lo so dire.
E chissà quante cose sa che non gli servono per riempire i serbatoi delle nostre macchine.

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pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano il tempo che trovano

Non credo che la gente cambi così, di colpo, neanche a fronte di una brutta notizia né di un evento che, nel bene o nel male, sconvolge completamente la vita.
O almeno posso dire di non crederlo adesso che ci sono dentro.
Fino a poco fa avrei giurato il contrario, e, nei deliri dei momenti peggiori ho addiritura sperato che succedesse qualcosa che mi scuotesse, fosse pure un lutto, un evento drammatico.
Pensavo che se fosse successo qualcosa che mi avesse aperto gli occhi sulla vita, sulla condizione umana, sulla mia vita, sulle mie ore, io sarei riuscita a viverle degnamente quelle ore  e questa vita.

Pensavo… credevo… immaginavo…sbagliavo.

Ora una cosa è successa, forse peggio di quelle che mi aspettavo, e questa notizia non mi ha cambiato, non ha cambiato il mio modo di vedere la vita né di vivere.
Mi ha semplicemente aiutato a trovare me stessa e a conoscermi un po' meglio, ma solo un po'.
Le mie paure, le mie ansie, i miei difetti, tutto resta lì, continua a farmi compagnia anche se soffocato in un angolo da una compagna più ingombrante e invadente.

I giorni del pianto e dello stridor di denti stanno scivolando via, e in fondo è giusto che ci siano stati, giusto nella misura in cui non credo avrei saputo evitarli e, tutto sommato, posso dire che non li ho vissuti troppo male.
Ora, incassato il colpo, mi devo rialzare, devo cominciare a camminare, devo riprendere a fare le cose, e fra le cose ce ne sono di importanti e meno importanti, c'è da sapere dove vivrò nei prossimi anni, che se il governo ce lo concede ci inseriamo in qualche graduatoria più libera, c'è da fare l'amore più spesso con l'uomo meraviglioso che ho accanto e che è stato sempre qui, a tenermi la mano, anche quando con le mani avrei voluto strapparmi i capelli, c'è da chiamare un po' di amiche che hanno avuto bimbi meravigliosi e io voglio fare la zia che regala le caramelle, c'è da portare mia madre in un centro commerciale e sentirle dire che le gira la testa, già lo so che lo farà, c'è da imparare a mangiare quello che mi fa bene evitando quello che mi fa male, ma un gelatone con la panna io lo comprerò e lo mangerò tutto, c'è da viaggiare, c'è da fare un po' di ginnastica e tagliare i capelli, ma non troppo, e c'è da andare al cinema e a teatro, e ai concerti e al mare, e c'è da imparare a dire che ho una malattia che ha un nome, sclerosi multipla si chiama, non ha senso non nominarla mai, e c'è da imparare anche qualcosa su di lei, perché questo mio non volerla conoscere non serve a nulla, devo conoscere bene un nemico da sconfiggere.

Ma io non voglio fare la guerra, non sono il tipo, voglio affrontarla come posso, facendole capire che magari ha anche ritenuto di farmi compagnia ora e domani e anche dopodomani, ma non può farla da padrona, eh no cara mia!
Qui c'è stato posto per te, ora lascia un po' di posto per me e lasciami in pace, i conti facciamoli di volta in volta e se qualche giorno ti va io me ne sto a casa a riposare, come vuoi tu, ma, per il resto del tempo, lasciami libera di scordarmi di te, non sei l'unica cosa che ho lo sai?

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Me ne sto zitta in questi giorni strani in cui non so neanche io come mi sento.
Ne sto venendo fuori da questo torpore? Chi lo sa.
La mia vita scorre tra casa e lavoro e impegni e basta.
La pioggia cade e mi fa compagnia.
Sta per iniziare un nuovo anno scolastico di cui non farò parte, e mentre leggo di miei colleghi che partono per tutta l’Italia con i loro incarichi io resto ancorata alla mia gabbia, quella che nonostante tutto non riesco a lasciare.

Mi chiedo perché a me, e non so darmi una risposta.
Io lo so che tutto dipende da me, eppure anche se razionalmente ne sono consapevole non riesco a reagire a questo stato di cose, mi fa soffrire eppure è una sofferenza che non riesco a strappare via.
Il senso di tutto questo non c’è, e so che mi guarderò indietro maledicendomi per tutto questo tempo che sto sprecando.
Vorrei voltare pagina, e non ci riesco.
Non ho assolutamente alcuna fiducia in me stessa, e mi tornano in mente le parole di mia madre quando da piccola amava dire, a chi le chiedeva come mai non mi avesse fatto fare la "primina" per cominciare la scuola un anno prima che le sembrava inutile fare ingrossare le file dei disoccupati un anno prima.
Io disoccupata non lo sono, certo, ma mi sento una fallita.
Fallita per non essere riuscita a trovare uno spazio nel campo che amo, quello per cui ho studiato.
Certo è un momento storico difficile, ma, come dice lei, la psichiatra, la gente andava la cinema anche durante il fascismo.

Mi sento inutile, una voce muta, un parere che a nessuno interessa ascoltare, una voce che per quanto sia fuori dal coro cade lontano, inascoltata.
E questo scrivere, scrivere, scrivere di me è inutile oltre che improduttivo e noioso.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia

(R. Vecchioni)


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Lui mi prende in giro, dico che sono stata in ferie, dove per ferie intendo ferie dalla vita, niente uscite a piedi, niente forzature nel fare le cose che non mi va, neinte di tutte quelle cose che mi tenevano su, una botta di depressione da cui fatico a rialzarmi, anche se poi nei momenti di lucidità mi rendo conto di quanto mi stia facendo del male, di quanto tempo io stia sprecando, di come mi pentirò amaramente di questi giorni, mesi, anni buttati nel cesso quando mi si riaccendrà la lampadina, spero, voglio sperare che riaccadrà, come l’altra volta.
Qui fa un caldo allucinante oltretutto, e già questo mi mette in difficoltà, si sa, ma non è una scusa valida.
La scorsa settimana, in un momento di euforia, sono andata a fare shopping, ho comprato numero due pantaloni della stessa marca, della stessa linea, erano attaccati allo stesso espositore, uno taglia M, l’altro taglia XL, e, cosa ancora più ironica, quello taglia XL mi sta giusto, quello taglia M mi sta  larghino.
Ok, come aneddoto non è un granché, però per me che tendo sempre a riunnire tutto in categorie e definizioni è una giusta punizione! E’ comico sovrapporli e scoprirli uguali, anzi quello più basso come taglia un po’ più grande di quello con la taglia maggiore, entrambi con un punto vita largo quanto la lunghezza che va dal mio gomito all’attaccatura della  mia mano.
Qui si sposano tutti e ho tanti confetti in giro per casa.
Una recente sposina argomentava al mio lui che la cosa bella del matrimonio è essere riusciti a sposarsi, essere riusciti ad organizzare una bella cerimonia, un pranzo per parenti e amici e aver fatto delle foto in cui si viene bene.
Giuro, diceva proprio così, e la cosa più comica era lui che la guardava attonito e non capiva se era seria. Ma lei era proprio seria.

Sto imparando un sacco di parolacce nuove da un collega di lavoro, e questa sì che è una cosa utile, per il resto niente.

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Ne ho già parlato qualche volta se non mi sbaglio, dicevo delle mamme montessoriane di Napoli.
Da quando mi sono trasferita qui ne ho fulgidi esempi nel mio palazzo, e anche dal balcone osservo quotidianamente scene che sono un misto tra il serio e il faceto.
Si tratta principalmente di mamme giovanissime, con uno o più pargoli dall’aria scugnizza, con i capelli scarmigliati e almeno dieci chili di sovrappeso.
 
Io mi diverto sempre un mondo ad ascoltare le minacce che rivolgono alla prole, prole spesso indifferente anche a fronte di parole forti, a racconti di eventi drammatici che li vedranno protagonisti nell’immediato futuro.
Mi diverto perché ognuna ha il suo stile, ognuna riesce a personalizzare la minaccia, ognuna sistematicamente non sortisce effetto alcuno.

C’è la mia vicina che di recente, dopo una lite telefonica col suo amante tenutasi sul pianerottolo proprio sotto la mia spalancata finestra,  con tono serafico diceva alla dodicenne figlia "te facc’ ascì ‘o sang a tutt part’ " ovvero ti faccio sanguinare in ogni parte del corpo.

Ieri una donna in strada, mentre stendevo i panni, diceva ad un simpatico chiattunciello che la seguiva chiedendole cosa avesse appena detto: agg’ ritt’ che ‘e bbuscà, vien’ rint’ ca t’aggia vattr’ che tradotto significa ho detto che devi prenderle, vieni dentro che devo picchiarti.
Ed è così che la signora precedendolo apriva il portone di un palazzo, e il bambino, sereno, andava incontro al suo destino.

C’è inoltre la signora che al pianterreno ogni giorno ci lascia tormentare dai suoi nudi pargoli che scorazzano nell’androne del palazzo seguendo palloni, pedalando su bicilettine e altri affini aggeggi di tortura per le orecchie, che invece lancia urla disarticolate che  non sortiscono effetto alcuno, eppure c’è la parola magica, quella che istantaneamente riporta tutti all’ordine e al silenzio, le basta nominarla per ottenere quello che non riece ad avere in un pomeriggio di minacce truculente:
‘a cucchiarella.

Il mondo sappia che, dopo vari episodi di cui mi è capitato di essere spettatrice, la cucchiarella è di fatto la panacea di tutti i capricci degli scugnizzi napoletani.

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Un bel periodo di merda, non c’è che dire…

Un attacco di panico di quelli da farti decidere -immantinente-  di non mettere mai più piede in quel determinato posto, e in contemporanea di non voler più sopportare un dolore così grande, troppo, troppo da pensare che possa ricapitare, troppo da poter convivere con la paura, anzi la certezza, che se è successo riaccadrà, e ti senti quasi un supereroe a pensare di non essere morta lì, quasi una miracolata, quasi di essere scampata ad un disastro ambientale, ad un terremoto, ad una guerra.

Non riesco a credere che sia finito, che le gambe abbiano smesso di tremare, che quell’odore, quel sapore in gola, quella stretta al petto siano finiti, non ci siano più.

Sono passate più di due settimane, ma sono ancora incredula e provata, e annientata, finora non ero riuscita neanche a parlarne, neanche qui.

Le persone che mi stanno intorno non possono fare nulla, nessuno può farci nulla, e mi sento così disperatamente sola, credo che sia qualcosa che nessuno può capire, anche chi l’ha provato non può capire il dolore di un altro.


E poi l’altra paura, quella della malattia, quella che ti porta a farti fare esami e controlli perché se dovesse essere positivo il responso potresti morire, a breve, e dopo robe decisamente poco piacevoli.

Ma quella per fortuna è andata bene.

Le mie tette sono ancora qui, ancora intere, ancora due, quando mi ero rassegnata a perderne almeno una, ma pare che siano sane, pulite come ha detto quel tizio che me le ha fracassate!


Ora ho una ricetta medica per un accertamento al reparto di salute mentale, ma io non ci credo più.

Andrò più per far piacere a lui, ma a me sembrerebbe più utile lanciarmi dal quarto piano dell’azienda in cui lavoro.

Lo so che sembra una contraddizione temere di morire per un cancro e desiderare di liberarsi dal fardello della sofferenza dell’anima, ma non è così.

Io non volevo essere portata via da una malattia da incubo, io, quando morirò, vorrò sentirmi libera.

 

 


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