Archivi del mese: novembre 2009

Lui non capisce che io, in quei momenti lì, ho bisogno di farmi male, perché il dolore dentro è troppo forte per essere sentito fino in fondo, e allora, se riesco a portarlo in superficie, diventa più sopportabile.
Il fatto che la superficie sia il mio corpo è funzionale allo scopo.

Proprio come quel tizio che, dicunt, camminava con le scarpe piene di pietruzze per rendere sopportabile il mal di denti.
Il passo successivo sarebbe estrarre il dente dolorante, ma io non sono un dentista.
Non sono capace, non ce la faccio.
Mala tempora currunt, e io ho tanto bisogno di perdermi nel dolce oblio dell’otium letterario.
Vorrei nutrirmi di lettere e carta e inchiostro e fogli, e pagine, e invece il mio stomaco è tremendamente bisognoso di cibo, altro cibo che non mi sazia, e che devo pur concedergli per vivere, per sopravvivere.
E non sono deliri anoressici questi, a differenza di come potrebbe apparire, non c’è nulla di più lontano da me al momento. Io parlo di nutrimento dell’anima, della mia anima che ultimamente si pasce, suo malgrado,  solo di quello che gli americani chiamano junk food.

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Ogni giorno, per lavoro, parlo con centinaia di persone.
Persone che chiamano da ogni parte d’Italia, persone di ogni età ed estrazione sociale.
Sono tutti accomunati dall’attenzione maniacale verso il loro cellulare.
Il cellulare è una droga, è il mezzo per rapportarsi col mondo, è lo specchio delle loro possibilità economiche, è qualcosa di cui, in una parola, non possono fare a meno. 
Prospettare un’attesa di qualche ora prima dell’utilizo di un servizio equivale spesso a fare un’offesa paragonabile all’augurio di morte della propria genitrice, far presente che il loro uso erroneo del suddetto mezzo ha causato i problemi di cui si lamentano è un’onta che potrai lavare solo accreditando un importo spropositato rispetto alla somma che hanno (ribadisco per LORO uso improprio) speso, pretendere che tutti i dialoghi avvengano attraverso un uso non corretto ma almeno vicino alla codificata lingua italiana è mera utopia.

Questo lavoro mi sta aprendo molto gli occhi sulla società, perché vivere  nel proprio habitat naturale (quello che ci si sceglie per comunanza di interessi, amicizia, condivisione) aiuta a stare bene, a non sentirsi soli, a condividere, come dicevo, una passione, un modus vivendi.
Relazionarsi con chi è diametralmente opposto a sé è frustrante, ma, allo stesso tempo, illuminante.
Preciso che se io potessi me ne andrei anche domani a lavorare in un altro posto, per ora è qui che mi passano un regolare stipendio mensile, è qui che mi hanno fatto un contratto che non ha una data di scadenza come il latte, è qui che per realismo o forse vigliaccheria trovo una sicurezza economica.

Poi c’è una persona, è un uomo, dalla voce avrà almeno 50 anni, ma sicuramente anche di più, dalle sue parole immagino che sia una persona di media cultura, sicuramente non accademica, probabilmente un autodidatta.
Chiama col numero anonimo, e resta lì a chiacchierare per 3-4 minuti…
Chiama e vuole parlare, non ascolta quasi le tue risposte, fa una sorta di sfogo che vuole essere ascoltato.
E parla dell’Italia, dell’attualità, della società, dei fatti di cronaca, parla un po’, poi ride, ride forte, e riaggancia senza salutare.
E dice sempre cose secondo me intelligenti.
Io vorrei conoscerlo, ma anche no.

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Lancio un appello a tutti i lettori:

salvatemi dalle dietorelle toffee al latte,

vi prego, è la mia nuova dipendenza.

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Sono giorni che vado a letto non prima delle 2, anche 3.
Non per problemi d’insonnia, ma perché mi capita di fare delle cose, per esempio ieri sera c’era il film di Ozpetek Un giorno perfetto che volevo vedere (per fortuna avevo accuratamente evitato di vederlo al cinema), tralascio di dire quanto mi ha fatto annoiare, ma è noto quanto io creda che questo regista, dopo un esordio che mi era anche piaciucchiato, sia scaduto nella maniera e nel luogo comune.

C’era anche un problema non secondario che mi ha tenuto sveglia: ho mangiato una clementina intorno alla mezzanotte e, come ripete tipo mantra mio padre: gli agrumi al mattino sono oro,  al pomeriggio argento, alla sera bronzo, immagino che la notte siano ferro, visto e considerato  il modo in cui  quella piccola e dolce clementina ha attaccato il mio stomaco semivuoto a quell’ora…

Comunque resta il fatto che andando a dormire così tardi mi sveglio altrettanto tardi (almeno dopo le 9, diciamo anche 10- 10,30) (altra doverosa parentesi, altrimenti i miei orari sembrano inspiegabili,  ho preso qualche giorno di ferie, oggi finiscono sigh, ed io mi sono dedicata per tutto il tempo al francazzismo!).

Questa mattina, mentre sonnecchiavo nelle mie lenzuola rosa a fiori verdi, avvinghiata all’uomo che non deve chiedere mai, sono stata svegliata da una voce:

 è arrivato l’arrotino…

solo che poi non proseguiva con la storia dell’arrrotare coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. E non prometteva neanche di riparare cucine a gassI  – che se la nostra cucina fa fumo lui toglie il fumo dalla nostra cucina et cetera.

No, questo qui era un arrotino dalla voce quasi sensuale, niente a che vedere con lo sguaiato e nasale arrotino da tutti conosciuto (e MAI visto, sempre e solo sentito).
E la sua frase era semplice, diretta, non millantava né prometteva nulla di meraviglioso, solo di avere pezzi di ricambio per cucine a gas.
E… e… e basta!
Ma dov’è finisto l’arrotino vero?

Io già ho sempre dubitato del fatto che a tale voce corrispondesse una persona vera, fisicamente tangibile, e visibile, che facesse qualcosa di concreto, che qualcuno se ne avvalesse, ma adesso mi togliete anche la voce e le sue promesse.
Qualcosa nel mondo sta cambiando.

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Ho l’impressione, ultimamente, di pensare solo a cosa frivole o, meglio ancora, di concentrarmi sulle cose nella loro mera materialità.

Questa mattina mi sono svegliata con l’idea e il bisogno di comprare un rossetto, e adesso sono in rete che cerco quale colore si adatti meglio ad una rossa come me.

 

Domenica scorsa sono andata in gelateria a comprare una confezione di gelato da regalare a chi ci ospitava per pranzo.

Ero appena uscita di casa e mi ero acconciata un tantino più del solito ( si intende semplicemente giro di rimmel, filo di rossetto e capelli decenti)…

La gelateria di cui sopra è gestita da personale esclusivamente maschile ed è elegantissima (oltre che carissima, ma ne vale la pena, mi si creda che son disposta a pagare un loro cono gelato quanto una pizza).

Beh, dicevo che il tipo alla cassa -che, per la cronaca, mi vede da almeno 7 anni frequentare la gelateria e anche, anzi SOPRATTUTTO, l’edicola accanto- mi ha guardato con uno sguardo stupito, e mi ha salutato proprio in quel modo che vedi nei film quando la cessa di turno viene aggiustata e non è più tanto cessa.

Il bello è che, in tutto questo, l’unico a non essersi accorto di nulla è stata il mio lui.

 

Ora vediamo però di andare a parare da qualche parte.

Ovvero dalle riflessioni che ne sono scaturite. Che noi siamo fanciulle sagge e assennate e cerchiamo sempre la morale, come le favole di Esopo.

 

Più che la morale a dire il vero mi son semplicemente resa conto di una cosa: io non sono assolutamente una donna che desidera piacere agli uomini. Nel senso che non me ne importa proprio nulla, e non mi lusingano quegli sguardi da pesce lesso quando passi e ti sorridono guardandoti il culo, né mi compiaccio quando chiacchierando con un amico/collega noto che improvvisamente ha scambiato le mie tette per i miei occhi, altrimenti non si potrebbe spiegare quello sguardo che punta dritto lì.

Ho un’idea e un modo tutto mio di concepire certe cose.

Non mi sento meno donna perché non tento di applicare al mio modus operandi le arti della seduzione a tutti i costi, né stuoli di corteggiatori sono mai stati un obiettivo da raggiungere.

Io mi sento donna accanto al mio uomo, mi sento donna guardando il mio corpo nello specchio, mi sento donna quando sforno una torta, mi sento donna quando compro gli assorbenti, mi sento donna quando penso a me.

Mi sento donna perché so di essere donna.

Non riuscirei mai a pensare di infliggermi torture degne di un cilicio di binettiana memoria solo per apparire più carina/sensuale agli occhi di un homo –non sempre- sapiens, e mi fanno rabbia quelle colleghe che si ostinano a camminare su scomodissimi trampoli solo perché le loro gambe appaiano più slanciate.  Non potrei mai passare ore del mio (MIO) tempo a stirarmi i capelli solo per rendere la mia chioma più appetibile all’altrui sguardo, non schiaccerei mai la mia ciccia in abiti strizzaciccia solo per apparire più magra, non mi piegherei MAI a nessun tipo di sofferenza, ma anche semplicemente scomodità, solo per piacere alla parte del mondo che si dice, più o meno dove pullulano quintali di luoghi comuni, provenga da Marte.

Io sono io, se mi piaccio o meno è un problema mio, ma piacere agli altri, agli uomini nella fattispecie, è un particolare che ho sempre altamente trascurato.

Tanto che non mi spiego neanche come faccio a piacere a lui, ma questa è un’altra storia.

Ora non crediate, mi rivolgo a chi ha avuto la forza e il coraggio di arrivare fin quaggiù, che questo post abbia una conclusione, metto soltanto il punto alla fine di questa frase.

 

 


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Penso che sia l’unico a potersi conciare così  per un concerto senza sembrare un coglione!
Anche quando indossa improbabili cappelli.

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La mia mania per l’igiene e la pulizia trova degna compagnia nella mia passione per cosmetici e saponi, detersivi, bagnocrema, docciacrema, shampoo et similia.
Non è difficile trovare nel mio bagno le bottiglie di shampoo più colorate e profumate, saponi dall’aroma particolare, e persino in cucina il detersivo per lavare i piatti è sempre scelto molto accuratamente.
Così mentre ieri lavavo le stoviglie avvolta nell’odore di cedro, e spolveravo la scrivania con uno spay al muschio bianco, il pavimento del bagno odorava di pompelmo rosa.
E persino la scelta del bagnoschiuma di lui, l’uomo che non deve chiedere mai e che, secondo una tradizione locale, adda puzza’ è assolutamente piegata alle mie volontà.
Diciamo piuttosto che lui se ne frega e mi lascia fare, ma detta come sopra suonava meglio.
La vera goduria del momento è tuttavia un’altra: la doccia al mattino col Cléo al cioccolato.
Sembra di lavarsi con latte e nesquik!

P.S.
In assoluto i bagnoschiuma Cléo sono i miei preferiti, degno di nota, anzi di più, quello alla liquirizia e mou, seguito dalla variante ai frutti rossi.
Raccomandato dalle migliori maniache in circolazione!

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