Archivi del mese: novembre 2008

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Non riesco a buttare via le penne che hanno scritto e ora sono vuote, tutto l’inchiostro che è passato ha lasciato dei piccoli segni tondeggianti e il ricordo delle parole che dalle mie dita hanno preso forma sul foglio bianco.

Non riesco a smettere di amare l’odore dell’inchiostro che scorre sulla carta bianca, la punta della penna che incide il foglio piatto, la coda dell’occhio che guarda la forma delle lettere, una per una, una legata all’altra, una slegata dall’altra.

Le parole sono piccole oasi nel mondo parallelo del foglio.

E così, anche se scrivere pigiando dei tasti è senza dubbio più comodo e meno faticoso, io credo che non abbia la stessa magia di un quaderno, di un taccuino, di un blocco pieno, profumato, scritto fitto quanto basta per dargli uniformità.

E allora sulla mia  scrivania  fanno bella mostra di sé pile di quaderni che non riesco a buttare, e accanto al lettore dvd c’è nascosta una scatola che in origine conteneva calzini da uomo, ma che ora è rivestita con una carta a tulipani colorati, ed è piena di penne consumate, ma che non le butto via, no.

E poi c’è quel bellissimo quaderno dalla copertina rigida e dalla carta speciale che lui mi ha regalato per il mio compleanno, e che riemiprò con la prima storia che intendo scrivere quando avrò finito di sfornare tesine con cadenza settimanale.

 


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E sia.
La seconda A studierà la poesia anche attraverso i testi delle canzoni.
Ho provato a sondare un pò il terreno per capire i loro gusti e devo dire che fra le proposte meno oscene saltavano fuori nomi come Tiziano Ferro, Ligabue, Pino Daniele, Vasco Rossi e persino Massimo Ranieri.
Dopo tale dibattito con tanto di prof seduta sulla cattedra -ovvero io-  ho dovuto trattenermi dal lanciare il libro proprio in fronte ad una simpatica pulzella che ha fatto la faccia disgustata quando ho nominato Fabrizio.

Poi ho democraticamente deciso che i testi li scelgo io!!!

Solo che ho voluto documentarmi, capire, sapere loro cosa ascoltano.

Dopo un desolante giro su youtubelandia sono giunta alla conclusione che Gigi D’Alessio andrebbe processato come nemico del popolo.
Che i ragazzi di oggi hanno bisogno di poesia.
Che molta di quella che chiamano musica fa abbastanza schifo.

Ora ho un obiettivo concreto: farli innamorare della musica vera.

Lo farò.

Si accettano suggerimenti, ma solo da coloro i quali leggendo Fabrizio hanno immediatamente capito a chi mi riferivo e che, come me, credono che la scienza dovrebbe riportarlo in vita, perchè sentiamo il bisogno di sentirlo cantare, suonare, parlare ancora.

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Parliamo di foto

Non c’è quasi nulla che imbarazzi di più una tale Jelinek che trovarsi di fronte ad una macchina fotografica.

Allora lì lei fa delle facce che sono a dir poco ripugnanti.

Ora si sa che lei si vede un cesso e quindi il suo giudizio potrebbe essere passibile di confutazione, ma  a dir poco tutti quelli che la conoscono le confermano questa triste verità: lei in foto viene non male, non uno schifo, non malissimo… lei in foto è semplicemente orripilante.
Sono testimonianze di parenti/amici/fidanzato et cetera, non c’è alcun essere al mondo che dopo averla vista in foto non la guardi in viso e le dica di non provare a posizionarsi più davanti ad un obiettivo.

Così Jelinek ha pochissime foto che la ritraggono, e di queste pochissime un numero irrisorio è quello delle foto che possono essere mostrate in pubblico.
Oggi J. ha deciso di caricarne una sul suo profilo di facebook perchè la sagoma di uomo dal ciuffo anni ’80 non le si addiceva molto. Così insieme allo sposo reale ha sfogliato il digitale album di famiglia alla ricerca di qualcosa che potesse andar bene, che potesse essere quantomeno decoroso.
Alla fine J. ha scelto di presentarso con una foto di due anni fa e un bel pò di kg in più, senza occhiali e avvinghiata al di lei uomo strettistrettistretti.
L’ha scelta non perchè stesse particolarmente bene, no, semplicemtne perchè quella foto se lo ricorda quando è stata scattata e ricorda bene che in quel momento era felice.
E sta pensando che qualche volta, anche se poi il risultato la ritrae come un cessoumano, è bello fermare qualche ricordo, che i momenti belli vanno vissuti e, all’occorrenza, rivissuti.

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Malanni

Eh si sa, con questo tempo i colpi di freddo sono dietro l’angolo.

Eh si sa,  ad una certa età e quando si è sotto stress si è più esposti.

Eh si sa,  quando si frequentano ambienti affollati per circa 13-14 ore al giorno il rischio di contagio aumenta esponenzialmente.

Eh si sa,  bisogna mangiare sano, vitamine, proteine e quant’altro.

Oh, io tutte ‘ste cose le so, se non le sapessero tutti non si chiamerebbero luoghi comuni, ma perchè io cazzo ogni volta mi becco sempre il mal di gola?
Eppure ieri non ho tolto neanche per un attimo, neanche al chiuso, la mia kefia utilizzata a mò di fularino.

Poi dicono che uno non deve credere agli oroscopi… ma lo sanno tutti che il punto debole del cancro è la gola.
E poi io sono romantica, sognatrice, e poi non mi ricordo più.

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Homo sum, humani nihil a me alienum puto

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Dicevamo dunque che sono giorni di frequentazioni forzate e dicevamo che spesso, anzi sempre, e troppo spesso ripiego nelle riflessioni su me stessa, eppure in questi ultimi giorni ci sono tre casi di varia umanità che mi porto dentro e che mi fanno una compagnia che a tratti è poco gradita, ad altri è foriera di brillanti riflessioni, altre ancora di profondo rimescolamento dei miei equilibri.


Sono tre ragazze, dico ragazze perchè hanno tutte e  tre sicuramente meno dei miei meno di trent’anni.


La prima l’ho trovata lì nell’ultimo ascensore, quello delle dieci persone strette in uno spazio per quattro che solitamente evito e che lunedì scorso ho preso insieme ad una compagna.
Dicevo della prima presenza, di questa ragazza carina come sono carine tante ragazze che vanno all’università e si mettono carine e vanno ad assistere agli appelli precedenti a quelli a cui faranno l’esame e hanno l’ombrello coordinato con la giacca e il quaderno nuovo per gli appunti e l’evidenziatore rosa.

E lei è entrata nell’ascensore, e ha un occhio completamente bianco, e questa vista mi dà una vertigine che vorrei urlare fatemiusciredall’ascensoresubitooooo e invece ho aspettato tutti i piani cercando di posare lo sguardo ovunque ma non su quell’occhio bianco che lei porta senza un minimo di disinvoltura e con tutta la consapevolezza del turbamento che in quel momento gli altri stanno provando.


E poi porto con me una voce, una voce di una ragazzina che mi chiama dalla Sicilia nella notte, prima della fine del mio turno notturno e piange al telefono e mi chiede di dove sono e mi dice che secondo lei o sono di Padova o di Milano o di Bologna e invece lei non può che essere siciliana o di Agrigento o di Messina o di Palermo e piange e balbetta qualcosa  e mi saluta e non so perché ma mi ha trasmesso un senso di solitudine, mi ha dato l’idea della Solitudine.


E infine porto con me la mia alunna che scrive i temi in cui confessa di avere disturbi alimentari e che oggi era pallida come un lenzuolo e tirava fin sulle mani le maniche di quella maglietta xxs che a lei sta larga e le sue compagne raccontano –oserei dire spifferano, ma non in senso negativo- che non parla più con loro e che stamattina giocava con una lametta e che non vuole partecipare alle lezioni e che oggi non se la sentiva di leggere un brano in  classe.

 


E sembra che questa  umanità così varia e così imperfetta non sia solo mia, mi sento uomo tra gli uomini e mi metto in discussione e non so chi sono, sono altro dagli altri, eppure sono come gli altri.

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Sono giorni di frequentazioni forzate, di contatto con l’altro da sè, e io mi riscopro sempre più diversa, sempre un tantino al di là o al di qua che dir si voglia da certi canoni, da certi criteri.

Mi ritrovo inevitabilmente a sentirmi la peggio vestita e questo non mi mette in imbarazzo, come loro non mi vestirei mai, preferisco il mio sciarpone, le mie felpone col cappuccio, i miei jeans, le mie borse di pezza. Non ucciderei mai un animale per vestirmi della sua pelle, e questo solo per fare un esempio.

Mi ritrovo inevitabilmente a sentirmi l’unica che ha il coraggio di dire certe cose, perchè agli altri magari pare brutto dirle.

Mi ritrovo inevitabilmente a salire le scale a piedi che nell’ascensore pigiata con dieci persone in uno spazio per quattro non ci voglio entrare.

Mi ritrovo inevitabilmente a bere un altro caffè, perchè le lezioni mi fanno addormentare e non riesco a trovarle utili o a mettermi a studiare già subito dopo.

Mi ritrovo inevitabilmente a guardare il mondo che gira, la gente che recita a soggetto,  il gioco delle parti che va avanti.

E poi a sentirmi umana, più umana che mai, piccola, fragile, fallace.
E questa dimensione non mi fa stare a mio agio.

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Non è bello, no.

Perchè non è che una si sveglia un martedì mattina accanto ad un uomo meraviglioso, va in bagno a lavarsi, sorseggia un caffè nero bollente e ha trecentomila cosa da fare, tutte belle, tutte cose che la dovrebbero gratificare, e invece l’unica cosa che sente è che le viene da piangere, è che le tremano le gambe, è che vorrebbe tornare a letto, è che vorrebbe farla finita con tutto quello che è la normalità, è che vorrebbe tornare ad essere la malata a cui tutto si poteva giustificare.
Cazzo quanto è difficile stare al mondo.

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