Archivi del mese: settembre 2010

Finisco per trascurare questa pagina benché la apra almeno una volta al giorno, il fatto è che mi sembra sempre tutto inutile, noioso e ripetitivo.
Riguardo la lista dello scorso post ho addirittura fatto qualcosa:
– la gonna non l’ho messa, ma ne ho misurata una in negozio, è un inizio
– le uscite un po’ le ho fatte, ma non da sola
– il gelato per comprarlo l’ho comprato, senza panna, ma non l’ho finito tutto

Non è un problema di perfezione stavolta, il punto è che io voglio essere libera, libera dall’idea, mentre mangio qualcosa, di quello che mi potrà succedere una volta che quella cosa sarà finita nel mio stomaco, libera di passeggiare senza pensare a quando tornerò a casa, libera di rilassarmi, anche quando sono a casa.

Ho rivisto la mia psichiatra in settimana, e la cosa mi ha messo in crisi, perché mi ha posto una specie di ultimatum, vuole che vada da lei da sola.
Ecco, io se riuscissi ad andare da sola fin lì, ovvero all’altro capo della città, prendendo tutti i possibili mezzi pubblici, non avrei bisogno di andare da lei.
Ma pare che questa cosa per lei non sia importante, la pone come una conditio sine qua non e io sono perplessa circa il fatto di poter continuare a vederla a questo punto, ci posso provare, ma non subito, non ora.
Non sono un medico, quindi capisco che non posso capire, ma sono un po’ sconvolta da questa cosa.
Lei dice che tutti i suoi pazienti hanno finito per andare da soli, che posso farlo benissimo e che devo farlo.
Per il momento non credo che ci riuscirò, staremo a vedere come andrà a finire.

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Vorrei imparare ad essere libera,
ecco una semplice lista delle cose che vorrei fare così, domani, per esempio:

– andare a zonzo per la città, a piedi, da sola, senza borsa, senza cellulare, senza nulla.
– andare da sola in profumeria e comprare mille profumi.
– mangiare un gelato con una cialda, gusto bacio e nocciola e tanta panna montata.
– mettere una gonna corta che mi lasci scoperte le gambe e un paio di scarpe col tacco vertiginoso.
– andare in un prato a raccogliere le margherite.
– andare a correre nella villa della mia zona, dove vanno a correre più o meno tutti.
– dormire tutta la mattinata, fino al primo pomeriggio.
– andare a comprare un regalo per lui.
– prendere un aereo.
– guidare una macchina.
e tante altre cose.
Tutte cose che gli altri fanno, ogni giorno, e che io mi impongo di non fare.
Vorrei essere libera da me stessa, dalle mie paure, dalle mie angosce, dai miei limiti.
Vorrei e non ho ancora capito perché non posso.

Per il momento so solo che mi sono stufata di negarmi.

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Il mal di testa che mi fa compagnia sempre. Fin da bambina lo ricordo come un dolore familiare.
Non riesco ad evitare di somatizzare, di portare sul mio corpo il segno di un dolore.
L’ansia diventa mal di testa, il senso di colpa diventa mal di stomaco, il dolore diventa inedia, il nervoso diventa dispnea, l’attacco di panico un livido da qualche parte.

Ho sempre, anche inconsapevolmente, usato il mio corpo per mandare un messaggio, benché io sia una che con la bocca parla, e fin troppo.
A mio padre basta guardarmi per un fugace istante per capire non solo che qualcosa non va, ma anche che cos’è che non va.

Ho rinnegato la mia femminilità fino all’obesità, pur di non guardare un ventre di donna, un corpo formoso, un insieme armonioso.

Ultimamente ricevo tanti complimenti, non so perché la gente che conosco da tempo all’improvviso ha deciso di dirmi che sono bella.
Si tratta certo di una banale coincidenza, un po’ di persone che, abituate ad agosto a vedermi come una mappina, adesso mi vedono decentemente abbigliata e tirata a lucido.
E questo mio io abituato a cercare sempre di sentirsi dire sei il più bravo della classe non sa gestire questa cosa, gli sguardi degli uomini mi mettono a disagio, e non capisco come si possa decidere di mettersi in mostra e lasciarsi guardare.

E tiro sempre giù la maglia fin sotto al sedere. Troppo tesa a difendermi non si sa bene da chi o da cosa.

Certe volte vorrei solo un caldo abbraccio in cui perdermi, lasciarmi andare. 
Vorrei sciogliere questa tensione che mi tiene da sempre sul chi-va-là (chissà poi come si scrive…),  vorrei ubriacarmi, mangiare, dormire, correre, ridere, saltare,
concedermi un’ora di libertà.

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Me ne sto zitta in questi giorni strani in cui non so neanche io come mi sento.
Ne sto venendo fuori da questo torpore? Chi lo sa.
La mia vita scorre tra casa e lavoro e impegni e basta.
La pioggia cade e mi fa compagnia.
Sta per iniziare un nuovo anno scolastico di cui non farò parte, e mentre leggo di miei colleghi che partono per tutta l’Italia con i loro incarichi io resto ancorata alla mia gabbia, quella che nonostante tutto non riesco a lasciare.

Mi chiedo perché a me, e non so darmi una risposta.
Io lo so che tutto dipende da me, eppure anche se razionalmente ne sono consapevole non riesco a reagire a questo stato di cose, mi fa soffrire eppure è una sofferenza che non riesco a strappare via.
Il senso di tutto questo non c’è, e so che mi guarderò indietro maledicendomi per tutto questo tempo che sto sprecando.
Vorrei voltare pagina, e non ci riesco.
Non ho assolutamente alcuna fiducia in me stessa, e mi tornano in mente le parole di mia madre quando da piccola amava dire, a chi le chiedeva come mai non mi avesse fatto fare la "primina" per cominciare la scuola un anno prima che le sembrava inutile fare ingrossare le file dei disoccupati un anno prima.
Io disoccupata non lo sono, certo, ma mi sento una fallita.
Fallita per non essere riuscita a trovare uno spazio nel campo che amo, quello per cui ho studiato.
Certo è un momento storico difficile, ma, come dice lei, la psichiatra, la gente andava la cinema anche durante il fascismo.

Mi sento inutile, una voce muta, un parere che a nessuno interessa ascoltare, una voce che per quanto sia fuori dal coro cade lontano, inascoltata.
E questo scrivere, scrivere, scrivere di me è inutile oltre che improduttivo e noioso.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia

(R. Vecchioni)


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stanze di vita quotidiana

Come quando hai avuto un anno intero per preparare  una tesina che adesso devi consegnare entro cinque giorni e devi -appunto- scrivere entro cinque giorni, che tu lo voglia  o no.
E allora ti ritrovi a parlare con lui dell’eziologia del temine fascismo mentre sbucci i pomodori da fare all’insalata.

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Questa invece è per la serie:

improbabli coccole mattutine

(quando, a causa del turno di lavoro pomeridiano, si sta a letto fino alle 11,00 come due adolescenti in vacanza).

Lui mi stringe, mi strapazza, mi bacia, mi avvolge e mi canta all’orecchio.

se ti tagliassero a pezzetti
io ti mangerei
con un bel bicchiere di vino

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