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Che poi ci sono alcune volte in cui, anche se la libreria è piena di libri comprati da poco e ancora non letti, ti viene voglia di leggere proprio quell'unico che non c'è.

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Archiviato in libri, scazzo, scene di ordinaria follia

Perché non è giusto che quaderni ed evidenziatori restino inutilizzati e che le mie mani non siano più sporche d'inchiostro e che le mie dita non siano più storte dalla penna.
Non è giusto non avere un progetto, non seguire un'idea, per quanto folle e improbabile.
Il mio culo non ha preso a caso la forma della sedia, è quella dietro la scrivania che deve occupare.
E io voglio dedicare le mie energie a qualcosa di interessante, la sclerosi multipla non è un argomento tanto interessante. L'ho detto.

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Cerco di ritrovarmi perché non so dove sono finita, cammino, e sto andando, e non so dove.
Cerco di ricordarmi chi ero, e non parlo solo della malattia ma di quello che sono diventata con gli anni, le ore, i minuti che mi hanno sbattuto in faccia una realtà che fuggo, che mi spaventa, che mi fa scappare, e da cui cerco di sottrarmi rifugiandomi nei miei interstizi trovati ovunque.
Chi ero, chi volevo essere, chi sono, chi voglio essere non lo so più.
Ho messo tutto, per troppo tempo, in stand by, e adesso mi sembra impossibile far ricominciare a girare certi ingranaggi, certi meccanismi che prima funzionavano, più o meno, e che adesso si sono arruginiti.
Vorrei strappare via questo velo e riprovarci, ancora una volta, o forse per la prima volta, e chi lo sa che non sia quella buona.
Perché è troppo facile pensare a smaltarmi di nuovo le unghie, a sentire piacere perché i jeans vanno di nuovo larghi, e a crucciarmi perché il sugo è venuto troppo salato.
Basta, non è l'aurea mediocritas che mi darà la felicità, o meglio, non questa scelta di ripiego, di adattamento, di chisiaccontentagode.
NO, NO, NO e NO.
Non voglio fare la rock star, ma cazzo ci voglio riprovare ad essere me stessa.

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Cos'è cambiato?
Tutto e niente, tutto ha una luce nuova, una prospettiva diversa, un sapore più amaro e più dolce, un peso diverso.
Niente di fatto, non mi manca una gamba, una mano, la voce per parlare né gli occhi per guardare, la vista è tornata.
Non sono cambiata neanche io, sono sempre la solita che si fracassa i maroni da sé.
E però è cambiato che oggi, nonostante la paura, ho scelto di continuare a camminare per la via, e che ieri, nonostante la paura, ho fatto la spesa al centro commerciale, e però è cambiato che adesso ho paura di altre cose, per esempio di vedere una donna che cammina col bastone e che ha le gambe storte, ripiegate all'interno e mi chiedo quanto ci vorrà perché le abbia anch'io così, o peggio.
Lo so che non è detto che accadrà, ma so anche che potrebbe accadere, e non posso chiudere gli occhi e fingere di non sapere, come fingo di non sapere tante altre cose.
Ed è cambiato che vorrei scrivere qui delle mie compagne di letto all'ospedale, che ci sarebbe da scompisciarsi, o del fatto che ho scoperto che esistono dei deodoranti vaginali, e che le mie amiche li usano…  e vorrei raccontare della quotidianità, delle mille cose che mi accadono o che mi vedo passare davanti agli occhi.
E poi vorrei parlare di una cosa SCONVOLGENTE:
ovvero ho scritto, mentre ero a lavoro, una decina di giorni fa o poco più, una riflessione, e io, dopo qualche giorno ho trovato la stessa riflessione alla fine de La signora Dalloway, e mi  sono salite le lacrime agli occhi, incredula leggevo e rileggevo, e per fortuna metto sempre la data sotto quello che scrivo e che leggo, perché altrimenti non ci avrei creduto al fatto di averlo scritto prima io, prima di leggerlo intendo. Cacchio!
Ecco, io vorrei parlare di tante cose, interessarmene e condividerle, ma poi, nei fatti, non me ne importa niente, è questo che è cambiato.

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Che poi proprio mentre parlavo di rapporti virtuali, di amicizie nate su una pagina web, di questa dimensione che ti fa essere vicino e lontano ad una persona ecco che leggo questi due libri di Barbara Baraldi:
La collezionista di sogni infranti
e
La casa di Amelia

Due libri che si leggono in pochissimo tempo, un paio d’ore o poco più per entrambi, ma che, cavoli, hanno saputo inquietarmi un po’.
Non che mi sia ricreduta circa le mie posizioni, ogni volta che ho incontrato dal vivo una persona conosciuta in internet è stato sempre piacevole, non ho mai avuto brutte sorprese, e in alcuni casi si sono creati legami importanti, tengo a ripeterlo e a ribadirlo, ma questi due racconti qui hanno decisamente saputo dar voce ad una paura, credo poco diffusa, di inserirsi in una rete e trovarsi in una dimensione parallela a quella che riusciamo a tenere sotto controllo.
Mi sono piaciuti, una lettura da ombrellone, nessun novello  Dostoevskij  per intenderci, ma dico che ne vale la pena.
Finito di fare pubblicittà all’autrice -per cui non sono pagata, assolutamente! ahahah!– dico che il prezzo di questi due librucoli è un furto!

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Un sentito grazie alla zanzara che ha inaugurato la stagione dei miei occhi gonfi.
Ma perché cavolo mi pungono sempre sulla palpebra non lo so, eppure ho delle belle e carnose guanciotte!
Sto leggendo tantissimi bei libri in questo periodo, e credo che potrei anche vivere sempre così, leggendo. Non esiste cosa più bella che perdersi nell'oore della carta e nel groviglio di lettere, simboli, frasi, parole.
Gli occhiali però ancora non li ho cambiati e così ho spesso gli occhi stanchi.
Se c'è qualcosa che ultimamente mi sta rompendo grandemente le scatole sono quelle malefiche palline che a Napoli hano tutti, quelle legate da un filo che si agitano e rimbalzano facendo un fastidiosissimo tac-tac-tac.

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Come una specie di noia, e però mica si può andare avanti così?
Basterebbe partire dalle piccole cose, certo, come imparare a camminare con scarpe un po' più femminili o andare dal parrucchiere più di due volte l'anno.
Mi interrogo sul mio essere donna con unghie smaltate di viola e calzini a strisce colorate, e mi chiedo se essere donna sia indossare biancheria sexy, sfornare lasagne o può bastare essere quella che sono, perché la vagina ce l'ho, se vogliamo parlare di anatomia, e pure la vocina cinguettante, e mi fanno schifo un sacco di cose e non emetto peti né rutto, oltretutto sforno teglie di cibo genuino e preparo anche le torte.
Sono io, e non so se questo essere così fuori da certi schemi a lungo andare riuscirò a sostenerlo, mi domando se non avrò bisogno di rientrare in una categoria, in un sistema che mi dica chi sono, cosa fare, cosa è giusto.
Un bugiardino dell'essere femmina, ma non quello della parabola barbie-chewingum-reggiseno-velonuziale-pancione-pentolame.
Certe aspettano un lavoro e poi l'amore e dei figli come fosse il paradiso sopra questa terra dice Fossati.
Io aspetto di trovar me stessa, di accettare quella che sono, e riuscire prima o poi ad amarmi.
Il fatto di piacere agli uomini mi ha sempre tanto stupito, ma così tanto che in realtà non ci credo ancora, e il rispetto che ricevo da alcune persone, la stima (perché quella se c'è la senti) che non riesco a motivare, e l'affetto che mi circonda, li prendo come un regalo inaspettato, oserei dire un regalo di dio se esistesse un dio, e continuo a camminare traballando, perché non sono sicura di quello che sono né di quella che sono, e chissà se vado bene così.

Poi alcuni giorni ti trovi a leggere le prime venti pagine di un libro e capisci che una grande donna è quella che sa dare voce a certi pensieri e che ha il coraggio di chiamare le cose col loro nome, e che non ha paura di essere se stessa o di essere considerata una pazza stravagante, e di conciarsi più o meno come sotto.
Io, se potessi scegliere, vorrei saper essere proprio come lei.
Le ho pure indebitamente rubato il nome, ma credo che me lo perdonerebbe se le spiegassi il motivo per cui l'ho fatto, o forse no?
Intanto cerco un modo per continuare a leggerla, dovrò imparare il tedesco prima o poi.

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