Archivi del mese: novembre 2010

QUESTO E' STATO SCRITTO
IL 23  –  XI –  2010 alle h.12.24

IL GIORNO DEL RICOVERO, QUANDO STAZIONAVO SU UNA BARELLA IN CORSIA
 

Se scrivo ciò che sento è perché scrivendo abbasso la febbre di sentire.
Ma adesso non sento nulla perché non riesco a distinguere alcuna emozione.
Mi fermo un instante e distinguo un amore che oggi sembra più un dolore di non poter sentire quelle braccia intorno a me, e poi sento la paura di non sapere nulla.
Il non sapere mi spaventa, e forse è per questo che ho sempre studiato tanto, mi sembrava l'arma migliore che potessi procurarmi, ma oggi non mi aiuta, perché oggi avrei bisogno dell'aiuto di questi uomini e queste donne che camminano intorno a me e non mi dicono nulla.

Ho paura, sono sola e vorrei sapere cosa succederà.
E vorrei i volti amici intorno a me, ma qui non c'è nessuno che mi sia amico.
Solo una donna mi ha parlato e ha fatto più di quanto creda.

Questo giorno così lungo dovrà pur finire, come sono sempre finiti così in fretta quelli belli.

E anche se i minuti sembrano non scorrere mai si accumuleranno in qualche modo per ridarmi alle braccia di chi mi ama e mi aspetta fuori.

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sono un pezzo di carne

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ho paura
e mi sto rendendo conto di essere malata
qui all'ospedale è un mondo a parte
e mi sembra di non doverne uscire più
ho paura
tanta
troppa
e c'è tanto amore intorno a me, ma ho paura
vorrei riuscire a pregare

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Esattamente una settimana fa a quest'ora ero in un tubo.
Esattamente una settimana fa avevo ancora progetti, speranze, voglia di reagire e un po' di fiducia in più nel mio futuro.
Ma esattamente una settimana fa mi dicevano che non sarebbe stato più così, perché nella mia testa c'è qualcosa che non va, e io non posso fare a meno di subire questo malvagio tiro della sorte.
Ho passato anni a temere cose che non esistono, a fuggire da fantasmi che vedevo solo io, a richiudermi in casa per proteggermi dal mondo, e la cosa più ironica che potesse accadere è accaduta,  perché quello che adesso devo temere sta dentro di me, e io non posso fuggirlo, inevitabilmente lo porto con me.
E così ora sono qui ad aspettare una chiamata dall'ospedale, a tremare appena il telefono squilla perché ho paura di andarci ma necessità di farlo.
Il futuro adesso non mi fa neanche più paura, semplicemente non riesco ad immaginarlo.
Tutti mi dicono che ce la farò, che sono abbastanza forte da affrontare anche questa, che tanta gente ce la fa, ma io ormai ho solo tanta paura, e, finalmente, la mia paura adesso ha anche un nome.

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Domattina entrerò in quel tubo, quando uscirò sarò una donna diversa, in ogni caso, sia che il risultato abbia esito positivo che negativo.

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Se è vero, come dicono, che quello che non ti uccide ti fortifica, beh, io mi candido ufficialmente a diventare una donna forte.
Avrò forza da vendere un giorno continuando di questo passo.

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A Napoli c'è un modo di dire che mi si addice particolarmente: tien 'a guerr 'ncap ovvero hai la guerra in testa.
E' quanto ultimamente mi ha detto un collega che ci ha preso in pieno, soltanto direi che il suo  stato un eufemismo, o, piuttosto, è stato un qualcosa di riduttivo, io nella mia testa ho un conflitto atomico che coinvolge non solo il mondo intero quanto una galassia.
Non sto capendo nulla della mia vita, del mio presente, passato, futuro.
Ho il cuore sconquassato, rido e piango, mi dispero e mi rassereno.
Non so più neanche come mi chiamo.
Sono sempre più convinta di aver bisogno di una grandissima canna.

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