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Che sono diventata proprio una donna frivola, prima mi vestivo per coprirmi, ora mi scopro anche un po' troppo, a quanto dice qualcuno che coabita con me. 

Mi sono innamorata di una minigonna troppo mini e troppo costosa, e davvero ci sto pensando di andarla a comprare, io prima non è che esattamente pensavo a queste cose. 
Tra l'altro mi son fatta fare tre scontrini alla cassa perché dopo i pantaloni mi piacevano i braccialetti, e ok, un altro scontrino, poi, prima di uscire, mi piaceva anche la collana, e allora un altro conto, penso che la cassiera mi abbia lanciato un anatema potentissimo e che domani io sarò colta da un attacco di lombosciatalgia o qualcosa del genere.

Per il resto mangio gelati, tanti, troppi, e bevo caffè, anche quelli tanti, troppi, troppissimi!

Non sono molto in forma, ma cerco di non pensarci, e aspetto un momento migliore, ma questo qui non voglio buttarlo via, e allora lo giro e lo rigiro per cavarne comunque qualcosa di buono, in tempi di carestia mangiavano anche la scorza delle patate.

E cucino, la pancia di chi frequenta la mia casa lievita spropositatamente, e io me ne compiaccio. 
Stasera zuppa di pesce, dopo gli spaghetti con le vongole dell'altro ieri, e la pasta al gratin di ieri… domani non so, ma mi diverto ad indossare il mantesino e riempire piatti altrui, i miei rimangono sbiaditi e insapori, ma a me piace proprio così.
Se una cosa non sa di niente a me piace. E la pasta in bianco, con olio e parmigiano, è il piatto più gettonato dalla sottoscritta, seguito dalla fresella col pomodorino e dagli immancabili bastoncini di pesce.
Il mio lui si vergogna di portarmi al ristorante che ordino sempre il menù dei bimbi.

Mi hanno regalato un vaso, ma non ci ho messo dei fiori dentro, mi piacciono tanto, eppure in casa, con lo stelo  tranciato di netto, mi fanno tristezza, e i tulipani me li immagino in Olanda, e le rose nei roseti e le fresie nei campi, resta il problema di dove mettere il vaso, per ora resta qui sulla scrivania.

Ho rivisto per la millesima volta Miseria e Nobiltà ridendo a crepapelle e Nuovo cinema paradiso, e poi ho visto anche Benvenuti al Sud, lo danno su Sky e, in più riprese, sono riuscita a mandarlo giù tutto, continuando per tutto il tempo a chiedermi come si possa pagare un biglietto al cinema per vederlo. E come si possa far sì che sia considerato da tanti il film dell'anno. Se ho riso tre volte è tanto, e solo perché certe scene me ne ricordavano alcune ben più divertenti che vedo quotidianamente solo affacciandomi al balcone, col culo coperto si spera.

Il mio vicino di qualche post fa continua ad imbarazzarmi tremendamente, ma un educato ciao glielo dico sempre.

La gente intorno a me continua a fare figli, tanti figli, fagottini urlanti e alle volte puzzolenti, e spesso anche carini e dolci, e mai che mi facciano venire un vero desiderio di maternità.

Fa ancora tanto caldo, ma abbiamo resistito ad agosto, vinceremo in quest'inizio afoso di settembre.

Non esistono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio.

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Fondamentalmente d'estate sono triste, lo sono sempre stata, ancor più se c'è un motivo per esserlo. Col caldo tutti i fastidi causati dalla malattia stanno prepotentemente mettendo alla prova il mio umore ballerino, i miei nervi già provati, la mia (in)stabilità psicofisica. 

Per giunta nel mio palazzo sembra che d'estate sia tremendamente urgente fare lavori di ristrutturazione ogni mattina, e così, dall'alba, si sentono risuonare trapani, martelli e altre diavolerie di cui non distinguo il verso e di cui non conosco l'uso.

E però qui ci vuole una reazione da parte mia, perché pare che se mi lascio andare la risposta immunodepressiva (così dicono) può farmi star peggio, e io non voglio star peggio, credo che questo non voler stare male già basti come spunto per ripartire.
Se non ci fosse un'afa avvilente e i rumori e l'idiozia della gente sarebbe tutto molto più facile.
Perché non posso non rimanere male se qualcuno mi dice che sì, c'è un'altra ragazza che ha la mia stassa malattia, però lei ha due bambine piccole e quindi… come se la mia vita, poiché non sono madre, valesse di meno, come se io soffrissi di meno, come se io fossi meno importante, come se i miei sogni, il mio fturo, le mie speranza fossero tutti in secondo piano perché non sono madre. 
Mi ha sempre fatto molta rabbia questo modo generalizzato di giustificare fatti, cose e persone in virtà di un'eroica maternità.
Nessuno neanche lontanamente ad immaginare che forse io, anche solo per questo, mi sento già mortificata, e non sto dicendo che avrei fatto un figlio adesso, no, sto dicendo che però, se volessi, non potrei, e penso che questa cosa sia già di per sé sufficientemente dura da mandare giù, sarebbe meglio evitarmi certe mazzate. 

Sono cresciuta guardando al futuro con fiducia, speranza, propositività, ho sempre pensato che l'impegno, le capacità, il valore e tutte quelle cose belle avrebbero portato qualcosa, avrebbero avuto giustizia, e scopro che non è così, che il futuro ci toglie, che la vita ci mortifica, perché nel cuore della tua vita scopri che sarà tutto molto più difficile del previsto, e per te, che non hai neanche il conforto della fede, della dimensione trascendentale, dell'illusione post mortem, è dura da accettare che non solo sia tutto qui, ma che, per giunta, sia proprio così.
E allora ti aggrappi a quelle cose che ti hanno tenuto in vita: l'amore, gli affetti, l'humanitas, la tensione verso la giustizia, l'onestà e tutte quelle altre belle parole, l'arte, la letteratura, la musica, il cinema…  e però è difficile, è  dura se ogni giorno poi devi fare i conti con un lavoro che ti mortifica, e la gente che non capisce, e la malavita che ti impedisce di scorgere un senso di giustizia nelle cose, e la spazzatura per le strade, e le persone che ti amano che non sanno come starti accanto.

Perché stare accanto a me non è mai stato facile, stare accanto a me adesso è qualcosa che supera i limiti delle umane possibilità di buoan riuscita.
 

E un futuro invadente, fossi stata un po' più giovane, l'avrei distrutto con la fantasia, l'avrei stracciato con la fantasia…

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Noi non siamo una coppia di quelle che su Feisbuk si dedica "Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e teeeeeeeeeeee". 
No, decisamente.
E neanche una di quelle coppie che si fa i regali al compleanno  o a Natale.
Neanche. 
Siamo piuttosto tipi che, alle 4 del mattino, come la notte scorsa, poiché  non hanno sonno fanno sesso, dopo dieci anni di notti insieme, come la prima volta, o meglio, meglio della prima volta e di tutte le altre volte precedenti. Siamo piuttosto una coppia che spinta dalla passione per il frozen yogurt si fa km e km per andarlo a mangiare lì, dove lo fanno buonissimo, e che guarda le puntate dei Simpson ormai imparate a memoria e ride a crepapelle lo stesso quando Homer pensa "mmmmh gelato di revolverate ahahahahah".

Ma non volevo fare un temino su di noi, non avevo a dire il vero uno scopo quando ho deciso di scrivere questo post, ma siccome scrivo sempre che stommmmale, oggi voglio scrivere che sto bene. Oggi sì. 
Sono stata in libreria, e in profumeria, e a mangiare il gelato e a comprare pantaloni, che prendo sempre taglie in cui entro sei volte, e quelli della mia taglia mi sembrano sempre troppo piccoli per me. 

Per il resto sono entrata in fase scazzo estivo mode on:
Giro per casa seminuda con capelli raccolti e vestitini che lasciano poco all'immaginazione, sono più inviperita del solito e più infastidita per le urla violente delle mamme che strepitano al seguito di figli maleducati e irritanti, come quella tipa del supermercato che, mentre imbustava ottocentoeuro di spesa, urlava, più forte dell'aquila che aveva partorito dopo le due scimmie che si appendevano al carrello, e che, nel bel mezzo, intavolava una discussione al cellulare con qualcuna apostrofata "Amooooooo" "Teeesooooooo" etc, seguono sguardi carichi di odio da parte della sottoscritta.

Che poi io al supermercato ci vado con piacere perché osservo le persone, anche se la maggior parte delle volte mi danno sui nervi rendendomi ancora più acida e odiosa del solito. 

Oggi ho incontrato al supermercato di cui sopra una mia responsabile del lavoro, un'emerita idiota nonché orrenda cicciona, e la sua spesa è stata a mio parere un capolavoro (l'ho potuta osservare bene dato che era direttamente prima di me alla cassa).
Comperava, in ordine sparso: confezioni di gelato, nella fattispecie Coppa del nonno al cappuccino e Magum al caramello, una bottiglia di chinotto, due confezioni mini di cioccolato liquido, quello che fa da sciroppo per il gelato, e infine due confezioni di wurstel. Qualcosa che ha lasciato impallidire le mie uova e le mie Cereal yo (ne mangio quantità industriali ultimamente) e la new entry della mia dispensa: una confezione di riso soffiato di cui non conosco ancora lo scopo né il sapore, ma so che diventeremo amici. 
Per il resto sto leggendo un libro di Bukowsky, evitando di sbrigare faccende burocratiche che sarebbe utile ultimare e lavando panni a ripetizione, che quest'anno ogni cosa mi sembra sempre che puzzi di sudore.
Con quest'ultima amenità penso di poter anche chiudere.

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Non riesco a smettere di leggere la pagina di Facebook "E' tutta colpa di Pisapia" senza sghignazzare come una cretina. Ormai la mia vita ha subito un rallentamento a causa di ciò, e, ovviamente, è colpa di Pisapia. 

Oggi è domenica e ho preparato per pranzo un'insalata di riso, era buonissima, ma a Napoli è quasi scandalosa questa cosa, considerando che non c'era neanche il dessert, e ancora aspetto il caffè.

Ieri mi sentivo proprio bene, oggi un po' meno, ma non fa niente, devo solo cercare di evitare di trattarmi e farmi trattare come una malata, altrimenti non se ne esce più, e se la testa fa male pazienza, e se il collo fa male, pazienza, e se la testa gira pazienza.
Voglio stare bene, e non voglio rassegnarmi a vivere una vita a metà.

Lo so che una parte importante devo farla io, e ce la sto mettendo tutta, anche se a volte è così difficile guardare il mondo e sentirsi in grado di affrontarlo, di mischiarmi alle voci, ai suoni, agli odori, ai colori, all'imprevedibile.

Io qui, nella mia torre, prigioniera di me stessa e un mondo che posso affrontare, anche se mi fa paura.

In fondo, come dicevo qualche giorno fa, si cammina mettendo un piede davanti all'altro.

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Non dico parlare del primo maggio, perché sarebbe troppo, o della guerra in Libia, o della disoccupazione, o di tante cose importanti. Ma addirittura mi interessa più della salute di Lamberto Sposini (che -per la cronaca- solo ieri ho capito chi è) che della beatificazione del papa.
Ma cazzo, possibile che basta un po' di carisma per imbonire milioni di persone che si interessano alla storiella così ben raccontata e dimenticano tutto il resto dello schifo che c'è nel mondo?
Perché non beatifichiamo chi, ogni giorno, per sfamare i figli scende in una miniera, va in una fabbrica, in un cantiere e si spacca la schiena, e rischia la vita, e alle volte muore?
E questo è vero ogni giorno, ma pure la beffa del primo maggio no, perché si poteva benissimo scegliere un altro giorno per inondare le pagine dei giornali, e lasciare oggi l'illusione alle povere persone sciocche come me di poter partecipare ad un messaggio, ad un'idea, ad una memoria storica.
Perché se io oggi sono a casa in malattia e riceverò comunque uno stipendio a fine mese non lo devo al miracolo di nessuno ma ad anni e anni e anni di lotte per la conquista di diritti come questo.

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A lezione dal parrucchiere ho imparato che 
– gli inglesi e i francesi hanno un modo diverso di tagliare i capelli che rispecchia quella che è la loro diversa concezione della vita.
– che la ghiandola sebacea mi sta punendo perché lavo troppo spesso i capelli.
– che gli artisti lavorano per l'arte e non per i soldi.
– che le donne si illudono di cambiare vita cambiando taglio di capelli, tutte, a tutte le età.
– che i parrucchieri, come gli oculisti, non pagano un euro di tasse.

L'anno prossimo però ci torno.

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pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano il tempo che trovano

Non credo che la gente cambi così, di colpo, neanche a fronte di una brutta notizia né di un evento che, nel bene o nel male, sconvolge completamente la vita.
O almeno posso dire di non crederlo adesso che ci sono dentro.
Fino a poco fa avrei giurato il contrario, e, nei deliri dei momenti peggiori ho addiritura sperato che succedesse qualcosa che mi scuotesse, fosse pure un lutto, un evento drammatico.
Pensavo che se fosse successo qualcosa che mi avesse aperto gli occhi sulla vita, sulla condizione umana, sulla mia vita, sulle mie ore, io sarei riuscita a viverle degnamente quelle ore  e questa vita.

Pensavo… credevo… immaginavo…sbagliavo.

Ora una cosa è successa, forse peggio di quelle che mi aspettavo, e questa notizia non mi ha cambiato, non ha cambiato il mio modo di vedere la vita né di vivere.
Mi ha semplicemente aiutato a trovare me stessa e a conoscermi un po' meglio, ma solo un po'.
Le mie paure, le mie ansie, i miei difetti, tutto resta lì, continua a farmi compagnia anche se soffocato in un angolo da una compagna più ingombrante e invadente.

I giorni del pianto e dello stridor di denti stanno scivolando via, e in fondo è giusto che ci siano stati, giusto nella misura in cui non credo avrei saputo evitarli e, tutto sommato, posso dire che non li ho vissuti troppo male.
Ora, incassato il colpo, mi devo rialzare, devo cominciare a camminare, devo riprendere a fare le cose, e fra le cose ce ne sono di importanti e meno importanti, c'è da sapere dove vivrò nei prossimi anni, che se il governo ce lo concede ci inseriamo in qualche graduatoria più libera, c'è da fare l'amore più spesso con l'uomo meraviglioso che ho accanto e che è stato sempre qui, a tenermi la mano, anche quando con le mani avrei voluto strapparmi i capelli, c'è da chiamare un po' di amiche che hanno avuto bimbi meravigliosi e io voglio fare la zia che regala le caramelle, c'è da portare mia madre in un centro commerciale e sentirle dire che le gira la testa, già lo so che lo farà, c'è da imparare a mangiare quello che mi fa bene evitando quello che mi fa male, ma un gelatone con la panna io lo comprerò e lo mangerò tutto, c'è da viaggiare, c'è da fare un po' di ginnastica e tagliare i capelli, ma non troppo, e c'è da andare al cinema e a teatro, e ai concerti e al mare, e c'è da imparare a dire che ho una malattia che ha un nome, sclerosi multipla si chiama, non ha senso non nominarla mai, e c'è da imparare anche qualcosa su di lei, perché questo mio non volerla conoscere non serve a nulla, devo conoscere bene un nemico da sconfiggere.

Ma io non voglio fare la guerra, non sono il tipo, voglio affrontarla come posso, facendole capire che magari ha anche ritenuto di farmi compagnia ora e domani e anche dopodomani, ma non può farla da padrona, eh no cara mia!
Qui c'è stato posto per te, ora lascia un po' di posto per me e lasciami in pace, i conti facciamoli di volta in volta e se qualche giorno ti va io me ne sto a casa a riposare, come vuoi tu, ma, per il resto del tempo, lasciami libera di scordarmi di te, non sei l'unica cosa che ho lo sai?

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