DE VULGARI ELOQUENTIA


Jelinek ultimamente è stata un po' incazzata, ok.

Incazzata con la vita, col mondo, con le malattie, con se stessa, diciamo un po' incazzata e basta.
Ad oggi non è che sia meno incazzata, ma è anche un po' stanca, a tratti depressa, a tratti fiduciosa, a tratti rassegnata, a tratti non si sa, ma non è questo che ci interessa adesso.

L'argomento di pertinenza è appunto il parlar volgare, dove per volgare Dante intendeva una cosa, Jelinek ne intende un'altra, ma, sostanzialmente ci si riferisce al meraviglioso mondo della lingua e delle sue possibilità.

Infatti in queste settimane la sottoscritta si sta rendendo conto di quanto per esempio il partenopeo vernacolo sia tremendamente espressivo, e riesca a dire, in un'unica espressione, delle cose complicatissime, non per il concetto in sé espresso quanto più per tutte le sfumature con cui ogni singola espressione si colora e si arricchisce.

Jelinek può, ad onor del vero, vantare una serie di frequentazioni tali da porla al confronto con campioni di portata eccezionale, a partire dal suo compagno che infatti viene qui citato per la prima delle espressioni di cui lei si è appropriata e di cui attualmente non riesce a fare a meno non trovando, in italiano, un corrispettivo altrettanto soddisfacente ad esprimere appunto quella determinata cosa, quel preciso concetto, a delineare la fattispecie della questione in modo in sé esaustivo.

Prima in ordine rigorosamente casuale è quindi l'espressione: nun teng genj che, tradotto alla lettera, sta a dire “non ho voglia di”, eppure non tenere genio non equivale assolutamente a non avere voglia di fare/mangiare/ascoltare qualcosa, non tenere genio è più sottile del non avere voglia, non tenere genio significa non avere l'animo, il corpo, la mente predisposta a quella determinata cosa, è qualcosa di più complesso della voglia, di meno definito, più vago e, allo stesso tempo, più specifico.
Se tu hai voglia di mangiare un gelato senti il desiderio fortissimo di mangiarlo e basta, ma magari se sei a casa, fa freddo, hai un budino in frigo e un leggero mal di testa , ti accontenti e ti fai passare la voglia con quel surrogato o qualcosa di simile, ma se hai genio vuol dire che avrai anche il coraggio, con 3 gradi sotto zero, di vestirti, scendere di casa, arrivare fino alla tua gelateria di fiducia e sapere già quale sarà il gusto che chiederai per il tuo cono, e, in particolare, quale quello che chiederai per primo in modo che rimanga in fondo e sia il gusto predominante.
Alla fine ti sentirai soddisfatto, appagato e sereno e dirai: tenevo proprio genio, e lo rifaresti, come se lo rifaresti!


Un'altra espressione che mi piace tantissimo è scinn 'a cuoll, ovvero scendi di dosso, sempre volendo dare per prima la traduzione letterale.
E anche qui non è mica così semplice? Innanzitutto questa frase va detta in una situazione specifica, non è adatta ad ogni persona più o meno azzeccosa, no, scinn ' cuoll si riferisce a chi ci sta addosso in maniera insistente fastidiosa, pesante, ha in sé un senso di liberazione enorme, è già indicativo del sollievo che si proverà alla fine della persecuzione da parte della persona/situazione che sta così insistentemente mettendo alla prova la nostra pazienza nonché la nostra voglia di occuparci di una particolare faccenda! Oppure si può riferire sempre ad una persona la cui frequentazione è pesante, morbosa, irritante, opprimente.
Il classico corteggiatore insistente, l'amica che ti chiama solo quando ha bisogno ma che, se ti chiede un favore, non la smette di inviarti sms, chiamate, mail etc fino a che non l'avrai esaudita, una madre troppo apprensiva e iperprotettiva, una suocera ficcanaso e maleducata, ecco, sono queste le persone a cui si dice, facendo seguire all'espressione un profondo e rumoroso sospirone di sollievo, scinn 'a cuoll!

Questa invece l'ho usata oggi per la prima volta, ma ha sortito immantinente l'effetto desiderato, a prova della sua efficacia: vuo' rà 'na capat?
Dare una capata si riferisce solo ed esclusivamente a cose che si stanno mangiando, offrire una capata equivale a offrire un po' di quello che si sta mangiando.
Ma non si può confondere la cosa liquidandola con un po'.
La capata per esempio non è uno spicchietto di pizza o un pezzetto di panino.
La capata riguarda l'atto in cui tu cedi momentaneamente il tuo cibo nelle mani dell'altra persona la quale affonderà in giù la testa tuffandosi in quello che stai mangiando e prendendone una parte sostanziosa e preferibilmente localizzata in posizione centrale.
La capata per esempio è la mia ancora di salvezza ogni volta che sono a lavoro e non riesco a finire il mio pranzo/cena durante la pausa, è lì che mi soccorre il mio amato amante portando via con un morso quasi la metà della mia marenna (altra espressione tipica per indicare un panino che sostituisce un pasto) dandomi la possibilità di finirla prima che il cronometro della pausa segni l'odiato e temuto extra time!
La capata ti porta via quasi mezzo panino e buona parte del contenuto, ti libera dall'angoscia di quel morso carico di cibo che difficilmente riusciresti a gestire senza sbrodolarti e sporcarti i vestiti. Per la capata serve però un amico maschio molto vorace e disposto ad attendere pazientemente il momento in cui tu, con gli occhi di Bamby, gli chiederai aiuto.


Riporto infine un'altra espressione che secondo me merita, ovvero fa' 'o cess'. Modo molto colorito per invitare l'altro al silenzio non inteso come silenzio e basta, ma come atto di zittire chi sta dando fastidio o sta mettendo in dubbio le nostre potenzialità, peggio ancora ci sta mettendo in difficoltà o sta, in qualsiasi modo, comportandosi male nei nostri confronti.
Quando l'avremo avuta vinta con particolare evidenza potremo dire allo scocciatore di turno di fare il cesso, ovvero di stare zitto a meditare sulla sua pochezza e mediocrità, nonché sul suo squallore. Ecco, invitare a fare il cesso equivale a dire a una persona fai quello che meriti, ovvero stare zitto e dileguarti nel più breve tempo possibile conscio dello schifo e del disprezzo che suscita nell'altrui considerazione.
Questa non l'ho ancora mai detta, eppure a mio parere ci sono momenti in cui calzerebbe a pennello!

 

Insomma, dopo questo breve excursus sulla lingua partenopea contemporanea torno alle mie inutili faccende, c'è il libro di Ovidio che sto leggendo che mi guarda perplesso alla mia destra e il collage con gli scrittori che mi osservano inquietati di fronte a me. Ma oggi questa roba qui tenevo proprio genio di scriverla!!!

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4 commenti

Archiviato in amicizia, cavolate varie, citazioni, famiglia, lavoro, lui, racconti, riflessioni, scene di ordinaria follia, vita

4 risposte a “

  1. conosco solo SFACCIMM e IN FESSR SORRTA

  2. jel … sei sempre fantastica…

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