Archivi del mese: aprile 2010

Paladina della lotta al di lui colesterolo, Jelinek ieri indirizzava intenti -sempre di lui- gelatofili verso una meno impietosa confezione da mezzo kg di yogurt alla ciliegia.

In casa si respira ancora aria mista alla nzogna del casatiello,e ovetti di cioccolato riempiono tutto il porta caramelle che la sottoscritta tiene a portata di mano sulla scrivania, schiacciando senza alcun riguardo residui di dietorelle al latte e liquirizie di varia foggia.
Nel frigorifero i pomodorini stanno marcendo e i broccoli hanno trovato degna sepoltura già nei giorni scorsi, perché Pasqua a Napoli è la festa del colesterolo, e non c'è posto per pietanze che non ne contengano una percentuale elevata.
Non è un caso che teglie di lasagna ci siano state regalate, dopo il pranzo di domenica, per cibarci degnamente anche il giorno successivo, lo scopo era appunto quello di evitare un pranzo tendenzialmente più francescano.

Arresasi all'ineluttabilità del volere divino/popolare, Jelinek questa mattina constatava che, nell' onorare la sacralità delle feste appena passate, non si è imbattuta nientepopodimeno che nella pastiera, dolce da lei tanto amato quanto atteso nonché desiderato.

Cercando di porre rimedio alla drammatica carenza di zuccheri, innescata dalla suddetta mancanza, nelle prime ore a.m. meditava, e passava all'azione, eleggendo come oggetto della sua prima colazione una fetta di colomba. Due erano le confezioni fra cui scegliere: trattavasi di un pulcino ripieno di delicata crema pasticcera e di una classica colomba ricoperta di glassa e mandorle.
La scelta cadeva sulla seconda candidata, le motivazioni quelle più meschine di non sporcarsi troppo le dita, prevedendo fra le operazioni solo quella di eliminare parti di glassa e zucchero.

Ed ecco che, mentre il caffè saliva a galla, la nostra eroina affettava un'ala dell'esemplare della famiglia dei columbidae e scopriva, magno cum orrore et raccapriccio, un'infinità di micropezzetti di canditi che farcivano l'animale.
Sconsolata e addolorata di rassegnava a rimuoverne chirurgicamente ogni microparticella, giurando a se stessa che l'anno prossimo avrebbe preparato con le sue manine sante una pastiera del diametro di almeno 30 centimetri.

 

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AVVISO AI LETTORI
QUESTO POST E' INUTILMENTE LUNGO E NOIOSO,
TRATTASI DI UNA SEMPLICE RIFLESSIONE FINE A SE' STESSA.

(CHE POI CHE ODIO NON SAPER METTERE L'ACCENTO SULLE LETTERE MAIUSCOLE E DOVERLO SOSTITUIRE CON UNO SCORRETTISSIMO APOSTROFO)

Quando diventi donna senza pensarci troppo su, donna inteso in senso fisico del termine, può capitare che diventi bellissima o diventi bruttissima, ad ognuna delle possibilità si può associare quella di non rendertene conto.
Ma c'è anche un'altra possibilità ancora, quella cioè per cui tu ti vedi talmente irrimediabilmente cessa da darlo come fatto assodato, da sentirlo come un assunto, come un qualcosa che è, e in quanto tale non si può far nulla per modificare le cose.

Ecco, io crescendo, ma anche da bambina, non ci ho quasi mai pensato al fatto di avere un corpo, l'ho sempre dissociato da me, e come se fossimo cresciuti secondo due assi temporali parallele, da una parte io e da una parte lui, due entità a sé, eppure inestricabilmente unite.

Poi, un bel giorno, ho cominciato anche a pensarci che c'era, che quella ero io, che quel corpo era quello che gli altri vedevano di me, quello che percepivano, e quella carcassa attraverso cui mi esprimevo.

Minchia che fregatura, mi sono sempre trovata proprio cessa, per la serie che se mi vedo in foto preferisco andare oltre, che mi sto pure antipatica.

Ecco, io ho sempre pensato di essere brutta, ma brutta seria, e tranne in rari casi di armoniosa complicità con lo specchio, non ho manco mai creduto ai complimenti degli uomini, neppure a quelli più rari delle donne. Non per generalizzare, considerando a prescindere false tutte le cose che mi siano mai state o mi vengano dette, però è proprio che non ci credo, perché per me è proprio inverosimile.

Tutti gli uomini che mi hanno amato (tutti! Ohibò, qualcuno… alcuni), o semplicemente corteggiato mi hanno di certo rivolto complimenti mirati, sicuramente sinceri, magari un po' forzati, ma di certo non estorti o finalizzati all'ottenere i miei favori, perché io sono sempre stata di gran lunga più lusingata dai complimenti che venivano rivolti alla mia testa, volendomi comprare era lì che si doveva puntare per dirla in parole povere.

Io quei complimenti li ho presi e portati a casa, e poi… dimenticati, azzerati, annullati, semplicemente non ci avevo, non ci ho mai creduto veramente. Perché è come dire è bello qualcosa che per te è insignificante e che comunque disprezzi anche un po'.

Poi però mi ritrovo a sorridere di uno sguardo, di un apprezzamento, di una galanteria, e lì mi viene da sentirmi donna anche per come sono fuori, e mi viene in mente che potrei persino piacere a qualcuno, dai gusti molto strambi of course.

Ma chi lo sa se poi è vero, chi lo sa se ci credo veramente, chi lo sa se non mi prendo in giro da sola. 

Chi lo sa se è solo che è così maledettamente dolce quella lusinga del corpo che accarezza l'anima. 

Chi lo sa se un giorno avrò i capelli bianchi e le rughe e mi sentirò donna, o bella, o no. Chi lo sa.

Perché da piccola mi domandavo come sarebbe stato il mio volto da adulta, io  oggi mi guardo allo specchio e mi vedo sempre uguale.

 

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Cosa si fa se dopo due caffè il sonno non va via, le palpebre sono pesantissime e le gambe non vogliono saperne di passeggiare ancora, anche perché tutti questi pollini in giro sono tipi poco raccomandabili?
Ma fa brutto se faccio una pennichella alle 18,42?
Cedere a questa insana abitudine è stato un fatto talmente occasionale nella mia vita che le volte che ho dormito di pomeriggio si possono contare sulle dita di una mano, per fortuna ne abbiamo due. Di mani.

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